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Libia, a volte ritornano
Le ombre di Khalifa Haftar: alleato o minaccia?

Silvio Maiorino, 2015

Chi è Khalifa Haftar? O meglio, cosa rappresenta per la Libia di oggi e di domani? Ciò che emerge dal panorama dell'analisi dei politologi, e soprattutto dai media generalisti, sembra portare a una figura ambigua ma tutto sommato rassicurante. Un ex generale ora in pensione che è rientrato in Libia dagli USA al momento giusto (nel 2011, appena iniziata la rivolta) deciso a sconfiggere tutti i gruppi islamisti violenti, con ogni mezzo, per il bene della sicurezza del paese. Un alleato ideale per l'occidente dunque, che sembra propenso a veder trionfare le forze "secolariste" che Haftar dovrebbe apparentemente difendere.

Ma ad un esame più attento delle dinamiche interne della Libia e della politica adottata dal generale può emergere una figura ben diversa, molto più pericolosa e in alcuni tratti somigliante a un altro e più famoso ufficiale: il colonnello Muhammar Gheddafi.

Innanzitutto sarebbe bene smettere di definirlo come un "ex generale" o "generale in pensione": da mesi ormai è tornato a tutti gli effetti in servizio, in piena operatività avendo a disposizione uomini e mezzi forniti dal governo riconosciuto a livello internazionale di Tobruk insieme ad Egitto, Algeria ed Emirati Arabi. Continuare a considerarlo un generale in pensione contribuisce a conferirgli quasi un'aura di sacralità, di uomo super partes che, nonostante non sia obbligato a combattere, si erge a difesa degli interessi del popolo libico nella sua interezza. Mentre potrebbe non essere così: come verrà esposto in breve, il generale Haftar potrebbe agire con degli interessi ben precisi alle spalle, forse non tutti nobili. Vediamo dunque i segnali per i quali dovremmo temere Haftar e non affidarci alle sue "cure".

Uno di questi può essere la dubbia base ideologica della sua azione: la lotta contro tutti gli islamismi a favore di una visione più volte definita secolarista. Chi ha studiato e studia la Libia sa bene che questo è sempre stato un paese profondamente legato all'Islam. E nonostante Gheddafi abbia fatto di tutto per sradicare l'Islam tradizionalista facendo spazio ad una sua personale visione della religione (1), oggi la Libia può essere definita un paese conservatore dal punto di vista religioso. Non islamista, non estremista, ma conservatore.

L'azione di Haftar, che lui stesso pubblicizza quasi come una crociata della laicità contro gli estremismi islamici, appare dunque forzata. Una forzatura che sembra studiata per guadagnare consensi in Europa e soprattutto negli Stati Uniti, dove ancora si ricorda ancora l'assassinio dell'ambasciatore Stevens perpetrato dal gruppo salafita Ansar al-Sharia.

Un altro fattore di rischio si lega alla vicinanza del generale con il suo omologo egiziano Al-Sisi.

Come lui, Haftar è un militare e non nasconde le sue mire di conquista, ed esattamente come Al-Sisi mira a sconfiggere definitivamente la compagine dei Fratelli Musulmani. Il generale Haftar infatti deve la sua fortuna recente in Libia proprio alla ferma opposizione alla Fratellanza.

Anche per questa ragione, il 4 maggio di quest'anno - dopo l'elezione di Ahmed Meitig (uomo considerato vicino ai Fratelli Musulmani) a capo dall'allora unico CNG, Congresso Nazionale Generale - Haftar ricevette una iniezione di fiducia da parte di numerosi attori del panorama politico e militare che temevano che il potere alla Fratellanza potesse spingere ancora di più la Libia nel baratro. Unità del nuovo esercito regolare libico, ufficiali della Marina miliare e dell'Aviazione, milizie irregolari vicine al vecchio governo di Ali Zaydan, tutti si schierarono al fianco di Haftar. Anche nel Congresso Nazionale Generale, circa 40 parlamentari dichiararono il loro appoggio. Perfino l'ex premier Zaydan fece sapere dal suo esilio in Germania che avrebbe fornito pieno appoggio a Haftar (2). Adesso il generale ha lanciato l'Operazione Dignità (Karama) e sono in corso attacchi generalizzati (sponsorizzati in primis dall'Egitto) in tutte le città del paese, controllate o appoggiate dalle forze islamiste.

È qui che la linea di Haftar si scopre, la vicinanza con al Sisi diventa palese: come lui ha fatto in Egitto, così anche il generale libico cerca di fare in Libia. L'appoggio dell'Egitto è fondamentale per l'operazione Karama, ma il comune obiettivo di questo gruppo va oltre l'immediata convenienza militare: i Fratelli Musulmani sono sempre stati, sia in Egitto che in Libia, i peggiori nemici del potere oligarchico o di quello autoritario (3).

In Egitto sono nati, e in Egitto sono stati dichiarati illegali da tutti i governi militari succedutisi dall'indipendenza; in Libia Gheddafi ha attuato misure molto simili alle purghe staliniane per scacciarli dal paese. Ora si sono ripresentati e hanno perfino guadagnato consensi tra una parte dei libici. Per Khalifa Haftar questo non è accettabile soprattutto per una ragione: costituisce innanzitutto un ostacolo per l'acquisizione di un suo potere personale.

Perché se è comprensibile un accanimento contro i gruppi terroristi come Ansar al-Sharia, meno lo è quello contro la Fratellanza che in Libia si è configurata come un partito politico soggetto alle regole democratiche fin dalla caduta di Gheddafi. I Fratelli Musulmani sono stati tra i più attivi durante le rivolte contro Gheddafi e le ultime elezioni hanno confermato che conservano ancora il 20-25% circa dell'elettorato. Sono dunque una forza istituzionalizzata che andrebbe sfidata nell'arena politica piuttosto che in quella militare.

Dopo gli scontri che hanno portato alla divisione del parlamento in due tronconi (Tripoli e Tobruk), la Fratellanza Musulmana è diventata un nemico sia politico sia militare. In Libia, a differenza dell'occidente, questa linea pare sempre più chiara e molti si chiedono: "prima Ansar al-Sharia, poi la Fratellanza, chi viene dopo" (4), temendo che la strategia di Haftar sia quella di guadagnare consensi per sconfiggere "manu militari" qualunque forza di opposizione alla sua azione, al di là della loro effettiva pericolosità per la sicurezza del paese (5).

Ed è a questo punto che dovrebbe scattare il campanello d'allarme: l'ambiguità con cui Haftar definisce di volta in volta il nemico da sconfiggere. Inizialmente il generale sosteneva la necessità di cancellare dal paese la presenza di Ansar al Sharia data la sua pericolosa vicinanza con al-Qaeda. Il gruppo salafita è ritenuto il principale responsabile della morte dell'ambasciatore americano Stevens, la costola di al-Qaeda e ora forse anche dello Stato Islamico in Libia. Una situazione ideale per Obama, che si vede facilitato nel portare avanti la sua strategia del "leading from behind" attraverso un'offensiva portata avanti da un uomo più volte sospettato di avere profondi legami con la Cia (ricordiamo che Haftar ha vissuto 20 anni nei pressi di Langley, quartier generale dell'agenzia di intelligence, ottenendo anche la cittadinanza americana (6)).

Successivamente, soprattutto dopo il sostegno concreto di Al-Sisi l'attenzione si spinge sui Fratelli Musulmani, con cui Haftar si sta accanendo con una ferocia sopra la righe (7) come si è già esposto. Quando invece è l'Italia o l'Europa che ascolta, il generale afferma: "combatto i terroristi di Ansar al-Sharia e dell'Isis [finora mai rientrato nella sua strategia militare, nda]: se prendono il potere qui, la minaccia arriverà da voi, nelle vostre case. Quanti italiani sanno che davanti a casa loro, a Derna, è stato proclamato il Califfato e si tagliano teste?" (8). Da notare che i Fratelli Musulmani non vengono mai citati, in Europa evidentemente non sono percepiti come una minaccia.

Questa considerazione è importante perché qui risiede il fondamento principale del gioco politico di Haftar. Garantirsi l'appoggio esterno sia politico che militare accanendosi con i nemici dell'occidente da un lato e dell'Egitto dall'altro. È utile poi minacciare i vicini con la prospettiva di scenari apocalittici se non verrà aiutato ("l'Isis invaderà l'Italia"), con una retorica che ricorda molto Gheddafi quando minacciava l'Italia di un'invasione di clandestini per ricevere trattamenti di favore. Ma la retorica megalomane non manca di altri esempi. Sempre riprendendo l'intervista al Corriere della Sera del 28 novembre afferma: "io combatto il terrorismo nell'interesse del mondo intero" (9). Oppure riferendosi alla Fratellanza Musulmana: "è un tumore maligno che cerca di diffondersi fino alle viscere del mondo arabo, e deve essere completamente estirpato da questo paese" (10). È lecito pensare che non si accontenterà di essere a capo dei ranghi dell'esercito libico, ma cercherà di andare oltre: tutto porta a credere che l'obiettivo principale di Haftar sia acquisire il ruolo di guida dell'intero paese

Anche le ultime evoluzioni dell'operazione Karama sembrano confermare queste teorie.

Numerosi sono infatti gli episodi di bombardamenti a tappeto sulle città dell'ovest come Zawya e l'area di Ras Jadir riportati da alcuni reporter sul posto e che hanno preso di mira obiettivi civili (11). Sembra che più che una guerra contro gli islamisti, sia diventata effettivamente un'offensiva contro tutte le opposizioni.

Non è facile valutare l'azione di Haftar nella sua interezza. In effetti rappresenta l'unica vera opposizione possibile alle forze che minacciano la sicurezza come Ansar al-Sharia, ma soprattutto come la base libica dell'Isis a Derna, a est del paese, che sta acquisendo un potere d'azione sempre maggiore come dimostrato dalla recente uccisione dei due giornalisti tunisini in Cirenaica (12). E questo può riuscire a "puntellare" la strategia goffa del governo di Tobruk, che da più parti è stato definito "un governo che non governa" (13).

Tuttavia è importante ricordarsi che in Libia come in molti altri paesi, cedere troppo potere ad un uomo solo, soprattutto ad un militare con chiare mire espansionistiche, porta sempre a conseguenze estremamente negative per la sicurezza interna del paese e nelle relazioni internazionali. Nei mesi successivi all'inizio delle operazioni militari la situazione è soltanto peggiorata e i metodi di Haftar convincono sempre meno i suoi sostenitori.

A Tobruk stando alle dichiarazioni degli stessi parlamentari della Camera dei Rappresentanti, sembra proprio che Haftar sia una patata bollente fuori controllo, utile per dimostrare l'azione del governo ma rischioso perché considerato ancora alla stregua di un miliziano, che agisce fuori dalle regole diplomatiche (14). Le sue operazioni infatti non sempre sembrano essere lungimiranti: a causa dei bombardamenti indiscriminati di Haftar, a Zwara le milizie alleate hanno recentemente perso il controllo dell'area di confine con la Tunisia a vantaggio delle forze islamiste di Fajr Libya (Alba Libica). E non possiamo dimenticare gli sconsiderati bombardamenti ai danni della petroliera greca Araevo al largo del porto di Derna, che ha causato la morte di due marinai e messo in pericolo la vita di altri 20. Fonti libiche sostengono che la nave fosse sospettata di essere sotto il controllo del Califfato islamico instauratosi in città, e quindi brutalmente attaccato senza ulteriori verifiche.

Tutto ciò ha portato alla condanna dell'attacco da parte degli Stati Uniti (15), e inoltre rischia di diminuire ulteriormente il commercio di petrolio visti i continui rischi da parte degli armatori e dello stesso personale addetto al trasporto (16). Si è arrivati persino al bombardamento dei porti, dei terminali petroliferi e di qualche petroliera. Questo attacco ha poi gettato altra benzina sul fuoco: ufficialmente la Araevo era stata affittata dalla NOC, la compagnia petrolifera nazionale libica finora dichiaratasi neutrale, le truppe di Haftar hanno quindi implicitamente inserito anche questo ente tra le parti in conflitto.

Risulta quindi appropriata una attenzione particolare ai movimenti del generale, un giudizio più prudente sulla sua azione soprattutto da parte dei partner europei, che lo inquadrano come un scorciatoia per la stabilizzazione della regione. In un contesto come quello libico, l'azione del generale sta causando scompensi sempre più gravi, portando il paese nella direzione opposta a quella intrapresa dall'inviato speciale ONU Bernardino León che sponsorizza una politica di dialogo tra tutte le parti in causa. Di questo Khalifa Haftar è perfettamente consapevole, e l'intenzione di non fermarsi ma anzi di continuare sulla via della lotta con tutti i mezzi, leciti e meno leciti, anche in spregio alle Convenzioni internazionali , dimostra che i paesi occidentali dovrebbero scegliere più accuratamente i loro alleati, per non ripetere gli errori del passato.

Note

1. M. Cricco, L'islam in Libia, in K. Mezran-A. Varvelli, Libia. Fine o rinascita di una nazione?, Ed. Donzelli, Roma, 2012.

2. M. Cricco, Il generale Khalifa Haftar, l'uomo utile per gli Usa, ISPI, 25 giugno 2014.

3. M. Toaldo, Libya and Egypt, analogies, differences and regional factors, Aspen Institute Italia, 4 giugno 2014.

4. A. al Gomati (Sadeq Institute), dichiarazioni rilasciate nell'ambito della conferenza Le frontiere mobili del Mediterraneo, Palermo, 3 novembre 2014.

5. H. Kostanyan, S. Blockmans, Saving Libya from itself: what the EU should do now?, CEPS commentary, 1 dicembre 2014.

6. Abigail Hauslohner and Sharif Abdel Kouddous, Khalifa Hifter, the ex general leading a revolt in Libya, spent years in exile in Northern Virginia, The Washington Post, 20 maggio 2014.

7. R. Lefevre, An Egyptian scenario for Libya?, Journal of North African studies, Vol. 19 issue 4, 2014.

8. F. Battistini, "Combatto il terrorismo anche per voi, se vince in Libia arriva fino a casa vostra", intervista a Khalifa Haftar, Corriere della Sera, 28 novembre 2014.

9. Ibidem.

10. Khalifa Haftar Pledges to 'Purge' Libya of Muslim Brotherhood, Asharq al-Awsat, 20 maggio 2014.

11. Nancy Porsia, reporter per Il Fatto Quotidiano con base in Libia, dichiarazioni rilasciate durante la conferenza Le frontiere mobili del Mediterraneo, Palermo, 3 novembre 2014.

12. IS group in Libya executed two Tunisian journalists, Middle East Online, 9 gennaio 2015.

13. K. Mezran, M. Toaldo, Le possibili mosse dell'Italia dopo la visita di Al Sisi, ISPI, 27 novembre 2014.

14. Dichiarazioni di Nancy Porsia rilasciate nell'ambito della conferenza Le frontiere mobili del Mediterraneo, Palermo, 3 novembre 2014.

15. US condemns deadly Libyan strike on Greek-owned tanker, AFP, 7 gennaio 2015.

16. Oil tanker bombed at Libyan port as supply threat increases, Naomi Christie and Paul Tugwell, Bloomberg, 5 gennaio 2015.