Conclusioni:
verso il superamento dell'ospedale psichiatico giudiziario

Negli anni, il numero di presenze in OPG si è lentamente ridotto: dalle oltre 2.000 degli anni '70 siamo passati agli attuali 1200 circa, di cui non più di 900 sono prosciolti.

Infatti, la possibilità di revocare la misura di sicurezza in anticipo alla scadenza (in seguito a sentenza della Corte Costituzionale del 1982) e la possibilità di non applicazione della stessa (resa più agevole dalla procedura di accertamento di pericolosità sociale successivamente alla sentenza di proscioglimento, come voluto dal rinnovato Codice di Procedura Penale) ha dischiuso l'opportunità di attenuare l'ineluttabilità per il prosciolto di scontare per intero la misura di sicurezza, di pari passo con il progredire del trattamento medico-psichiatrico e con la possibilità di attuare un opera di miglioramento delle condizioni di vita all'interno degli Istituti.

La chiusura degli Ospedali Psichiatrici ha eliminato comunque il punto di riferimento, normativo ed organizzativo, cui adeguarsi ed ha reso ancora più drammatica la contraddizione della struttura. Impossibilitate a divenire sempre più realtà ospedaliere per pazienti psichiatrici, in quanto modello ormai obsoleto e superato, attirate invece dalla "galassia carceraria", ciclicamente irrigidita dalle emergenze di lotta alla criminalità, sovraccaricate da richieste di soddisfare ambigue e pericolose richieste provenienti dall'interno (perizie ed osservazione dei detenuti per accertare le simulazioni di malattia, l'utilizzo da parte di componenti della criminalità organizzata), queste strutture hanno visto ridursi nel tempo le possibilità di intervento in una fase di "emergenza" sociale della malattia finendo così invece per funzionare da specifico serbatoio di controllo di problemi spesso eterogenei e marginali.

L'attuale organizzazione, certamente differenziata nelle varie realtà sociali e regionali in cui tali Istituti sono situati, appare comunque accomunata dalla comune difficoltà di essere un servizio di reale natura e priorità sanitaria, pur in una cornice carceraria, in quanto impossibilitate, o quasi, a scegliere tra due contraddittorie soluzioni:

  1. essere ospedale, mantenendo comunque un difficile connubio tra personale e filosofie diverse (Agenti ed Operatori Sanitari, Cura e Custodia, Controllo e Trattamento) e nel frattempo divenire, paradossalmente, una realtà "anacronistica" dopo la Legge 180 e quindi ancor più facilmente criticabile e negabile;
  2. essere Carcere, rinunciando ad ogni velleità di organizzazione di realtà e priorità trattamentali, subire totalmente l'organizzazione penitenziaria limitandosi ad assicurare, con le componenti mediche, un servizio di consulenza e di cura che non si pre-occupa della effettiva gestione "sanitaria" della struttura.

A tale attanagliante dilemma non ci si può sottrarre in quanto, pur essendo tali strutture ignorate dal circuito della psichiatria territoriale del S.S.N., è comunque necessario raccogliere le esigenze primarie che emergono dalla richiesta, più o meno esplicita, connessa al mandato affidato alla struttura: non solo custodia dell'internato, ritenuto pericoloso socialmente, ma anche trattamento teso a risolvere la condizione clinica psichiatrica che ha generato la condotta antisociale, e riabilitazione della persona. Ciò vuol dire che è necessario organizzare e strutturare un vero e proprio servizio non condizionato dal binomio Giudizio-Internamento, che ne determina l'invio, ma centrato sulla patologia che è giustifica il provvedimento di applicazione della misura di sicurezza e, di conseguenza, centrato sulla persona che viene ivi accolta e sulle sue esigenze di trattamento.

Occorre ribadire che l'attuale situazione normativa degli ospedali psichiatrici giudiziari, come configurata dal codice penale, sostanzialmente si divarica dalle linee della cura psichiatrica moderna quale delineata dalla legge n. 180/1978 e seguenti. Invero, solo una profonda rivisitazione dell'impianto del codice penale, con la riconsiderazione del cosiddetto doppio binario, può ragionevolmente consentire una soluzione ottimale del problema.

Pur nella consapevolezza che una scelta di tal genere, oltremodo impegnativa per il legislatore, sia sul piano dell'elaborazione sia soprattutto sul piano politico, non appare al momento prossima, si possono comunque delineare le possibili ipotesi normative compatibili con il quadro generale del sistema italiano. Una prima possibilità, conseguentemente ad un chiaro abbandono della scelta del legislatore del 1930 è costituita dall'abrogazione del sistema delle misure di sicurezza, come previsti dalla proposta di legge "Corleone": ciò comporterebbe che all'assoluzione per incapacità piena di intendere e volere, dovrebbe tener dietro un intervento terapeutico del servizio sanitario nazionale, con le modalità che si attuano regolarmente. Se si adottasse il sistema previsto dalla proposta "Corleone", si tratterebbe di una scelta rivoluzionaria rispetto alle linee evolutive del diritto penale europeo, da sempre collegato all'idea di normalità psichica quale condizione di responsabilità personale. Inoltre, rimarrebbero da risolvere i problemi immediatamente conseguenti, quali le modalità di espiazione della pena per il condannato a pena diminuita a cagione di infermità psichica e le modalità di trattamento del prosciolto per infermità psichica. Sotto tale profilo, il legislatore potrebbe considerare uno specifico trattamento sanitario obbligatorio con modalità rispondenti alla tipologia del malato: proprio in questo senso si è mossa l'iniziativa legislativa dei consigli regionali d'Emilia e Romagna e della Toscana, attraverso la previsione della soppressione del manicomio giudiziario e la sostituzione con la misura di sicurezza del ricovero in un istituto di trattamento sanitario custodito.

L'esame di una proposta di legge è possibile solo durante la legislatura in cui è stata presentata; come si è accennato più volte, tutte le prospettive di adeguamento normativo non si presentano di pronto esame e di rapida determinazione da parte degli organi legislativi, anche perché nell'attuale legislatura, per adesso, nessuna delle due proposte è stata sottoposta a riesame. Al momento, rimane pertanto possibile solo lo studio delle migliori attuazioni amministrative della disciplina legislativa vigente.

In sintesi, da quanto emerso dalle interviste agli operatori a vario titolo in OPG, emergono alcune necessità fondamentali. Innanzitutto, l'applicazione di una delle misure di sicurezza non può implicare la perdita dei fondamentali diritti costituzionali riguardo alla tutela della salute: quindi, devono essere comunque garantiti e messi in atto tutti quei provvedimenti terapeutico-riabilitativi, considerati utili e necessari secondo le conoscenze e le esperienze attuali, ed orientati prospetticamente nel tempo, in modo tale da permettere e favorire il superamento di quella condizione di infermità particolarmente acuta e grave a cui viene fatta genericamente risalire la pericolosità sociale.

Secondariamente, è necessario un lavoro terapeutico-riabilitativo collegato ed integrato tra il servizio sanitario degli OPG e delle Case di Cura e Custodia e gli operatori dei Servizi di Salute Mentale delle zone di origine delle persone internate. Ulteriore condizione indispensabile per l'attuazione di un siffatto sistema è che i Servizi di Salute Mentale siano sufficientemente dotati di risorse soprattutto umane e funzionino in modo adeguato e corretto. Ogni invio in OPG o in casa di cura e custodia deve comportare un programma terapeutico-riabilitativo specifico che preveda il reinserimento ragionato, ponderato, prudente e realistico, costruito nelle sue necessità individuali della persona internata, considerando anche con attenzione la reale entità e la gravità globale del reato commesso. A tale scopo, facendo anche riferimento alle esperienze più complesse di deistituzionalizzazione e di organizzazione di nuovi Servizi di Salute Mentale avvenute nel territorio nazionale e ad alcune esperienze specifiche e significative, incoraggianti per i risultati raggiunti e non più tanto isolate ed eccezionali, è possibile individuare alcune linee di indirizzo e interventi da compiere.

Da parte loro, le Regioni, sulla base di una corretta valutazione dei costi, mediante lo strumento della contabilità analitica, devono prevedere nei loro bilanci delle voci specifiche per iniziative necessarie a promuovere e a sviluppare programmi specifici e complessi di riabilitazione e di reinserimento di persone, appartenenti a ciascuna Regione, sottoposte alle misure di sicurezza in questione. Inoltre, le Aziende Sanitarie Locali, adeguatamente indirizzate e sostenute dalla Regione di appartenenza, devono contribuire a prevenire l'invio in OPG ed avviare processi di reinserimento e di riabilitazione di persone internate, istituendo corsi di formazione e di sensibilizzazione del personale interessato a vario titolo nelle azioni necessarie per lo scopo, stipulando idonee convenzioni con i competenti organi del Ministero della Giustizia per permettere ai servizi di S.M. di intervenire in ambito penitenziario nelle forme previste dalla legge e prevedendo le idonee forme di integrazione con i Servizi socio-assistenziali, evidenziando le relative risorse anche nel caso in cui i servizi non sono stati delegati. I Dipartimenti di Salute Mentale, da parte loro, quali responsabili delle azioni di diretto contatto con l'utenza, adeguatamente sostenuti ed indirizzati anch'essi sia da provvedimenti della Regione che dalla ASL di appartenenza, sono chiamati a svolgere una funzione che consiste nell'acquisizione e sviluppo della cultura e della pratica della "presa in carico", soprattutto per quanto riguarda l'utenza più problematica sotto il profilo della sofferenza psichica, con adeguata articolazione delle modalità di intervento. Attraverso la criminogenesi, è possibile cercare di rilevare e verificare in concreto il grado di "responsabilità" del sofferente psichico, ridefinendoil campo dei diritti e dei doveri e le categorie culturali della persona interessata, dei tecnici della psiche e del diritto, della opinione pubblica, valorizzando anche il valore della "punibilità" sia sotto un profilo giuridico che terapeutico: in tal modo, è resa possibile l'implementazione di interventi terapeutici, mirati ed intensivi, nella fase immediatamente successiva alla commissione di un reato da parte di una persona che si trovi in così gravi condizioni psichiche da far ragionevolmente e fondatamente ritenere che il reato possa costituire un'espressione quasi sintomatologia delle stesse.

La magistratura di Sorveglianza, dal canto suo, dovrebbe, di conseguenza, assumere un ruolo attivo di promozione e di controllo della effettiva assunzione della realizzazione delle iniziative necessarie ed opportune per la revoca anticipata della misura di sicurezza, tenendo conto anche della gravità del reato commesso e una funzione di garanzia circa la serietà delle stesse e delle valutazioni che le accompagnano.

Gli istituti penitenziari dovrebbero rendersi disponibili ad assumere tutte le iniziative possibili per assicurare l'interazione dei Dipartimenti di salute mentale sia in prospettiva terapeutica sia in prospettiva riabilitativa e ciò anche mediante apposite convenzioni. Infine, il Ministero della Sanità ed il Ministero della Giustizia con il supporto dell'Osservatorio sulla Tutela della Salute Mentale, devono assumere un ruolo attivo nella valutazione degli interventi attuati e nella proposizione di azioni correttive nell'ambito dei rispettivi compiti di indirizzo e programmazione.

Va evidenziato infine il contributo non secondario che possono assicurare alla realizzazione dei programmi i Comuni, le Province, le Associazioni di volontariato e privato sociale e le Economie locali.

In sostanza, la somma e integrazione delle azioni sopra indicate possono permettere, anche se non in tempi brevi, l'avvio di un lavoro organico; a tale scopo, è indispensabile il coinvolgimento integrato di tutti i livelli indicati. Nel corso delle azioni necessarie può strutturarsi un percorso di formazione-ricerca di notevole valore culturale, scientifico, etico e giuridico, che può essere individuato anche come un percorso di riconoscimento e di acquisizione concreta dei diritti da parte di soggetti intrinsecamente "deboli".

A conclusione di questo breve excursus ciò che sembra più evidente è la sensazione ormai diffusa e radicata che il sistema psichiatrico giudiziario sta vivendo una fase evolutiva di risveglio, di volontà di rinnovamento come mai era venuto in passato. Nonostante la storia contribuisca a mantenere l'immagine dell'OPG come ancora un qualcosa di orribile ed inviso alla gran parte della società, si sta assistendo, ormai da circa un decennio, ad un rinnovamento interno che ha contribuito a trasformare gli istituti manicomiali giudiziari in luoghi di vera cura e, soprattutto, di riabilitazione del disagio psichico. Come precedentemente detto, numerose sono le attività trattamentali e socioriabilitative svolte, all'interno dell'OPG, così come varie ed altrettanto numerose sono le figure professionali che, di giorno in giorno, operano con efficacia ed elevata motivazione al recupero delle affievolite abilità psichiche del malato di mente-reo: tutto questo è stato possibile grazie al processo di "sanitarizzazione" degli istituti psichiatrici giudiziari, allo scopo non solo di operare una trasformazione interna in senso sempre più curativo-riabilitativo, ma anche di incentivare l'apertura verso l'esterno, il dialogo con la società. Si è constatato, tuttavia, come varie sono ancora le difficoltà da superare e come la normativa giuridica in materia necessiti di una revisione, di un adeguamento alla evoluzione della società. Ecco, infatti, che tale bisogno si è tramutato in proposte di riforma di diverso indirizzo che possono suscitare e probabilmente susciteranno dibattiti, ma che sono il segno inequivocabile di una fase dinamica di necessità e volontà di rinnovamento, annunciatrice della costituzione di un importante passo verso il superamento degli OPG.

Come già accennato, proprio delle esigenze di modifica legislativa e strutturale, si è parlato all'OPG di Montelupo Fiorentino, durante il convegno "Psichiatria slegata. L'ospedale psichiatrico giudiziario tra custodia e percorsi di salute," organizzato dalla Regione, dal Ministero della giustizia e dal Comune di Montelupo, nel maggio di quest'anno. Al convegno hanno partecipato alcune delegazioni provenienti da Trieste, Reggio-Emilia, Torino, Genova e Caserta. In tale occasione, l'Ospedale Psichiatrico Giudiziario e il territorio di Montelupo Fiorentino sono diventate per l'occasione lo scenario di numerose iniziative di incontro e confronto sulle tematiche della psichiatria.

Il programma del convegno, al quale ho avuto l'opportunità di partecipare, è stato elaborato dalla Direzione, dagli operatori e dagli internati dell'Ospedale, dalle associazioni teatrali "Teatrino dei Fondi" e "Giallo Mare Minimal Teatro", dall'ARCI Empolese Valdelsa, e dal Comune di Montelupo. I direttori dei sei OPG italiani e i rappresentanti di alcune realtà europee, come quella francese e inglese, si sono confrontate sul tema del contemperamento delle esigenze di cura e di custodia, nonché dei percorsi di salute che devono essere intrapresi in OPG.

Innanzitutto, il sindaco di Montelupo, Marco Montagni, ha parlato di come il paese conviva con la realtà dell'OPG e come il Comune cerchi di appoggiare e promuovere le iniziative di sensibilizzazione alla problematica situazione degli internati, cercando, per quanto possibile, di integrare la struttura OPG al territorio. Successivamente, Lanfranco Binni, coordinatore del progetto "Porto Franco" della Regione Toscana, ha manifestato l'esigenza collettiva di superamento dell'isolamento degli internati e di attuazione di un più efficace processo di risocializzazione, attraverso iniziative culturali, musicali, teatrali. Si è parlato inoltre delle diverse categorie diagnostiche internate in OPG e della necessità di creare un sistema di maggiore flessibilità delle misure di sicurezza: grazie all'intervento di Alessandro Margara, è stato affrontato il problema della rigidità del sistema e degli strumenti per combatterla: il sistema può essere reso più flessibile grazie alle licenze, alla possibilità di revoca o di sostituzione della misura che possono essere concesse dal magistrato di sorveglianza, nonché al progetto della creazione di piccole strutture regionali, più efficienti e di più facile gestione. Dello stesso avviso si è dichiarato il giudice Casciano, attuale magistrato di sorveglianza competente per Montelupo, il quale, pur ereditando da Margara il difficile compito della concessione delle licenze, dell'applicazione delle proroghe e della decisione del complessivo futuro degli internati, sta dimostrando sensibilità ed attenzione alle esigenze dei malati, alle loro problematiche e alla necessità di superare l'isolamento che li ha condizionati fino ad oggi. Anche a suo avviso, la soluzione a molte difficoltà incontrate nella gestione di un OPG potrebbe consistere nella regionalizzazione degli istituti. Proprio a tale proposito, l'on. Vincenza Quattrocchi ha spiegato che, in Italia, su un totale di 42 internati toscani, 33 sono presso la struttura di Montelupo: questa tendenza testimonia come, pur in assenza di una specifica normativa ad hoc, si sta progressivamente realizzando il processo di regionalizzazione, tanto atteso.

Durante il convegno, la Toscana, insieme alle altre regioni che ospitano gli ospedali psichiatrici giudiziari, ha chiesto il loro superamento, la regionalizzazione della pena e la creazione di strutture territoriali di dimensioni più ridotte, così da valorizzare le esperienze già in atto come il progetto toscano "Eracle" e quello emiliano "Antares", dei quali si è già ampliamente trattato; proprio sulla scia di tali iniziative, durante il convegno è emerso che l'alternativa alla reclusione esiste: questa potrebbe essere individuata nelle strutture residenziali di tipo psichiatrico, con obbligo di soggiorno e con finalità terapeutiche, come quella de "Le Querce", anche se la loro istituzione incontra non poche difficoltà, a partire da quelle finanziarie, fino ad arrivare a quelle di gestione.

Il convegno è stato animato, inoltre, da momenti di musica, teatro, sport, realizzatesi sull'intero territorio. A tale proposito, Giuliano Scabia, poeta e animatore, ha guidato lo straordinario incontro tra Marco Cavallo, simbolo storico della "riforma Basaglia", e il Drago di Montelupo, simbolo della rabbia e della volontà di superare l'isolamento da parte degli internati, costruito dagli internati stessi e dagli operatori; in più all'incontro tra il drago di Montelupo e il cavallo di cartapesta costruito da Basaglia a Trieste, nel corso della giornata si sono realizzate varie iniziative culturali: performance musicali nei giardini della villa con il gruppo musicale degli internati, dal nome "I Fiati Sprecati"; una sfilata del drago e del cavallo per le vie del paese, accompagnata da canti e balli, ai quali si sono uniti molti cittadini di Montelupo; una rappresentazione musicale e teatrale intitolata "Una scena lunga un KM"; incontri sportivi ai quali hanno partecipato anche gli internati stessi; momenti di riflessione sulla condizione dell'internato in OPG.

Il convegno ha rappresentato un momento di apertura della struttura OPG verso l'esterno, segno evidente della necessità di superamento dell'alienazione e dell'isolamento che caratterizza la condizione degli internati: questi hanno partecipato attivamente, raccontando le proprie esperienze e le vicissitudini che li hanno portati in OPG; hanno cantato, ballato, recitato con fervore e passione; hanno manifestato la volontà di confrontarsi con l'esterno, di comunicare le loro sensazioni e di recuperare la normalità delle azioni e dei sentimenti. Altrettanto hanno fatto i Direttori, il personale, gli operatori e tutti coloro che, come me, hanno avuto il privilegio di partecipare: almeno per una volta, sono state dimenticate le divisioni e le mura dell'imponente struttura si sono aperte, rendendo possibile l'incontro tra mondo interno ed esterno, con l'auspicio di un futuro definitivo superamento della realtà OPG.