L'altro diritto

Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità

Capitolo 1
La nascita e l'evoluzione della normativa antimafia

1. La sottovalutazione da parte delle istituzioni del fenomeno mafioso

La mafia è stata individuata dal legislatore come fenomeno criminale distinto rispetto alla comune delinquenza organizzata soltanto a partire dal 1982, anno di introduzione del reato di associazione mafiosa previsto dall'art. 416-bis c.p. Tale norma, per stessa ammissione di alcuni organi istituzionali, "riscatta l'indifferenza e l'agnosticismo che per troppo tempo vi è stato nel nostro ordinamento di fronte al fenomeno mafioso" (1).

La storiografia esistente in materia di mafia, infatti, fa risalire la sua comparsa ufficiale nel tessuto culturale siciliano già prima della metà dell'ottocento. Il procuratore generale di Trapani Pietro Ulloa, in un rapporto inviato al Ministero di Giustizia di Napoli nel 1838, segnalava già la presenza di organizzazioni segrete, anche se ancora non si parlava di gruppi mafiosi bensì di "unioni o fratellanze, specie di sette" (2).

La diffusione e lo sviluppo della mafia venne favorita dal processo di annessione della regione al Regno d'Italia. Le analisi storiche che hanno cercato di capire l'origine del comportamento mafioso concordano nell'attribuire un ruolo primario alla tradizionale ostilità con cui i siciliani guardavano alle norme e alle regole statali (3). Come tutte le occupazioni precedenti, anche l'unificazione con lo stato sabaudo venne considerata alla stregua dell'invasione da parte di una potenza straniera (4). In questo clima di diffidenza si svilupparono le prime associazioni tipicamente mafiose, intese come gruppi di persone che facevano ricorso a mezzi privati di risoluzione delle controversie (5). All'interno di questi gruppi si distinse la posizione di superiorità di alcuni individui, il cui potere veniva consolidato grazie al sostegno che ricevevano dalle comunità che vedevano le loro attività mirate a soddisfare i bisogni di tutti (6). Le regole morali su cui si reggevano questi gruppi favorirono senza dubbio il diffondersi di rapporti basati su favoritismi, clientele e protezioni che erano gestiti da cosiddetti "uomini di rispetto", le cui rete di relazioni si allargavano fino a raggiungere i detentori del potere istituzionale.

Il termine "delitto di mafia" apparve per la prima volta nel linguaggio burocratico intorno al 1865, e con esso si intendeva espressamente il delitto che fosse commesso dal complice o dal mandante (7). Da sinonimo di delitto, la parola "mafia" passò successivamente ad indicare il nome di un'organizzazione di cui si denunciava la pericolosità pur non conoscendone ancora i connotati e le finalità. In particolare, questo avvenne quando l'opinione pubblica venne interessata dai dibattiti parlamentari sui provvedimenti straordinari proposti dal governo piemontese per ripristinare la sicurezza pubblica in Sicilia (8).

Le inchieste di Franchetti e Sonnino del 1875 si occuparono di mafia sottolineandone, però, la contiguità con il sistema politico. Essi parlavano, infatti, di una "industria della violenza" praticata prevalentemente dai "facinorosi della classe media" che erano diventati "una classe con industria ed interessi suoi propri, una forza sociale di per sé stante", la cui sussistenza e il cui sviluppo andavano ricercati "nella classe dominante" (9).

La mafia, che già reggeva sulle sue spalle il governo economico dell'agricoltura siciliana, ricevette la piena legittimazione quando i suoi rappresentanti divennero anche i capi ufficiali delle istituzioni pubbliche locali come i Comuni e le Province, grazie al tentativo effettuato dal Governo di guadagnare il favore della borghesia (10). Il rapporto di reciprocità che legava l'uomo di prestigio alla mafia faceva sì che fosse quest'ultima a decidere gli equilibri della regione, detenendo di fatto il monopolio dell'ordine pubblico e della coercizione fisica (11).

Con l'avvento del regime fascista, si ebbe il primo tentativo di repressione poliziesca e giudiziaria del fenomeno, affidata al Prefetto di Palermo, Cesare Mori. Con l'intento di riappropriarsi dei centri di potere venne attuata "la più grossa sommaria e sbrigativa operazione chirurgica antimafia che sia mai stata concepita da un governo italiano" (12). L'operato del generale Mori, tuttavia, sembrava più ispirato da logiche governative di stampo autoritario piuttosto che dalla volontà di diffondere una cultura della legalità (13), e nel lungo periodo si dimostrò inefficace.

Lo conferma il fatto che, caduto il fascismo e attenuatasi la stretta repressiva dello Stato in Sicilia, le antiche caratteristiche dell'agire mafioso andarono progressivamente riemergendo.

Appena un anno dopo la fine della guerra, in Sicilia occidentale, quasi la metà dei sindaci, dei consigli comunali, e degli organi amministrativi regionali risultavano essere affidati ad uomini appartenenti alla mafia (14). Secondo il sociologo Henner Hesse, cui molti riconoscono il merito di essere stato uno dei primi ad affrontare l'analisi delle origini del fenomeno mafioso sotto un profilo antropologico e multidisciplinare, la causalità della generale ripresa della mafia nel dopoguerra va attribuita a tre fattori concomitanti. Il primo è un presunto accordo, stipulato negli Usa, fra Lucky Luciano (ossia la mafia americana) e i servizi segreti militari alleati, teso a facilitare l'occupazione militare della Sicilia. La riconoscenza degli americani, secondo Hesse, si risolse nell'affidare ai mafiosi gran parte dei ruoli dirigenziali all'interno delle amministrazioni comunali, nel procurare ad essi benefici economici, e nell'eliminazione di tutte le annotazioni penali che li riguardavano dai fascicoli della polizia, come riconoscimento del loro speciale impegno antifascista. La seconda congiuntura favorevole fu costituita dalle aspirazioni separatiste fortemente radicate nell'isola che portarono nel 1946, ancora prima dell'approvazione della Costituzione Repubblicana, alla concessione dell'autonomia amministrativa in Sicilia. La mafia, uccidendo i personaggi di spicco della lotta separatista come Salvatore Giuliano, si impadronì presto degli apparati di potere decisionale. Il terzo fattore fu rappresentato dagli ingenti flussi di denaro pubblico che dal '46 in poi lo Stato ha elargito a favore dell'isola in sostegno di vari progetti di ammodernamento dell'agricoltura, per il miglioramento dello sfruttamento del suolo e del mare e per lo sviluppo dell'edilizia pubblica e privata. Tutto ciò fece dell'isola il paradiso di affari per la mafia, visto anche che il controllo finanziario da parte dello Stato era praticamente inesistente.

L'analisi di Hesse viene per alcuni aspetti criticata dalla ricostruzione che altri autori fanno di quel periodo. In particolare, secondo questi ultimi, la rinnovata presenza nella mafia in Sicilia fu conseguenza di una più intrinseca compenetrazione tra mafia e politica, perseguita in un primo tempo dal movimento separatista, poi dal partito monarchico e infine della Democrazia cristiana, sulla base di un preteso interesse pubblico generale secondo il quale non vi sarebbe stato altro modo di fronteggiare e sconfiggere il pericolo comunista. Secondo Renda "Fu questo il vero patto scellerato, anche sostenuto o avallato e comunque non recriminato né respinto da alcuno dei governi o dei servizi dei paesi membri del Patto Atlantico, che consentì alla mafia di occupare non poche posizioni strategiche nel fronte di resistenza al movimento di trasformazione e di rinnovamento politico, morale, economico e sociale che percorse l'Italia all'indomani del 25 aprile 1945" (15).

2. L'istituzione della prima Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia

Durante tutto il dopoguerra, il legislatore sottovalutò pericolosamente l'analisi del fenomeno, considerato per lo più folcloristico o, comunque, non preoccupante (16). Verso la fine degli anni quaranta, tuttavia, alcuni scontri violenti tra cittadini, banditi ed esponenti mafiosi, culminati nella strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947), attirarono l'attenzione sulla situazione dell'ordine pubblico in Sicilia.

La prima proposta di legge per la costituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sulla situazione dell'ordine pubblico in Sicilia risale al 14 settembre 1948. Essa venne, però, accolta dal Parlamento con toni per lo più sdegnati e disinteressati e non mancò chi tacciò l'iniziativa come un'azione di propaganda indecorosa e diffamatoria nei confronti dei siciliani (17). La stessa sorte toccò alla seconda proposta di costituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia presentata dal senatore Ferruccio Parri; malgrado l'iniziale incoraggiamento, per molto tempo il disegno di legge non fu preso in considerazione dalla maggioranza parlamentare (18). Quando, nel 1961, il Senato affrontò la discussione sul disegno di legge presentato tre anni prima, esponenti del partito della Democrazia Cristiana definirono l'iniziativa "inutile, antigiuridica e inidonea rispetto allo scopo da raggiungere" (19). Secondo la classe dirigente democristiana di allora, l'idea di costituire una Commissione parlamentare avrebbe finito per invadere competenze che erano della magistratura, del governo regionale e di quello nazionale; per questo motivo si riteneva più opportuno combattere il fenomeno delle organizzazioni mafiose facendo unicamente ricorso allo strumento della repressione di polizia, per altro fino ad allora utilizzato. Nel frattempo l'opinione pubblica veniva a conoscenza della massa di assoluzioni per insufficienza di prove con cui si concludevano gran parte dei processi di mafia che venivano avviati.

Nelle more della discussione parlamentare, la situazione dell'ordine pubblico in Sicilia andava aggravandosi, finché la stessa Assemblea regionale guidata da Piersanti Mattarella (20) chiese e ottenne, nel marzo 1962, che il problema della criminalità e della risposta normativo-istituzionale da darsi alla medesima fosse posto al centro dell'agenda politica del Parlamento. Questa iniziativa risultò decisiva per l'approvazione del disegno di legge Parri, che giunse prima della scadenza della legislatura. La prima Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia fu quindi istituita nel dicembre 1962 con la legge n. 1720; il suo compito fu quello di approfondire le conoscenze dei settori economici nei quali la mafia operava e di predisporre le misure necessarie per eliminarne la diffusione.

I lavori della Commissione durarono complessivamente 13 anni, attraversando tre legislature. Nel 1965, sotto la presidenza del Senatore Pafundi, venne varata la prima vera e propria legge antimafia, che, come vedremo più avanti, costituisce tuttora, nonostante le modifiche, il perno centrale attorno al quale ruota tutto il sistema di repressione del fenomeno mafioso. Nel 1966 la Commissione effettuò due indagini, una sul credito e una sui processi di mafia nel dopoguerra. Temendo gli effetti devastanti che potevano derivare a livello elettorale, il presidente Pafundi e il suo partito, la Democrazia cristiana, decisero di non rendere pubblici i risultati, nonostante l'opposizione di alcune frange del parlamento. La relazione conclusiva presentata da Pafundi nel 1968, anche se con molta prudenza, ammise comunque l'esistenza di infiltrazioni mafiose all'interno degli enti locali siciliani.

Nonostante l'opera deludente della Commissione, per la prima volta dopo il fascismo la mafia si scontrò con una volontà politica ostile e con un'azione giudiziaria più incisiva, grazie soprattutto alle istruttorie del giudice Terranova (21), il quale riuscì a scalfire per la prima volta la tradizionale integrità dell'organizzazione obbligando parecchi mafiosi alla latitanza.

Negli anni 1968-72 la presidenza della Commissione Antimafia, presieduta da Francesco Cattanei, condusse approfondite indagini sul "caso Liggio" (22), sull'amministrazione comunale di Palermo, sui suoi edifici scolastici, sui mercati all'ingrosso della città e sui rapporti mafia-banditismo. La relazione, pubblicata nel 1972, individuava come caratteristiche costanti dell'agire mafioso "il fine di lucro conseguito attraverso forme di intermediazione e di inserimento parassitario, l'uso sistematico della violenza e soprattutto il collegamento con i pubblici poteri" (23), e divenne un importante punto di riferimento per le indagini e le relazioni successive. Inoltre, la relazione sottolineava l'importanza del traffico clandestino dei tabacchi e della droga, richiamando anche l'attenzione su un nuovo dato allarmante che sino a quel momento si era cercato di negare: l'inserimento della mafia in realtà diverse da quella siciliana (24).

A causa delle elezioni politiche anticipate del 1972 la Commissione fu costretta a chiudere i suoi lavori prima di poter discutere il rapporto sulle esattorie siciliane. L'attesa per i lavori della successiva Commissione venne vanificata dalla successiva sostituzione del Presidente uscente con il Senatore Luigi Carraro, figura ritenuta più sensibile alle valutazioni fatte dalla DC, che si riteneva attaccata dalle indagini svolte dalla Commissione Cattanei (25).

La prima Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia, dunque, terminò i suoi lavori nel 1976 con la pubblicazione di 42 volumi di atti, accompagnati da una relazione di maggioranza e due di minoranza. La relazione di maggioranza condivideva la tesi allora dominante secondo la quale, non esisteva un'organizzazione formale mafiosa e che sottovalutava il collegamento tra mafia e pubblici poteri emerso durante i precedenti lavori della Commissione, considerando la mafia piuttosto come un fenomeno sempre più simile al gangsterismo. I materiali allegati alle diverse relazioni della Commissione Carraro resero di pubblico dominio una gran mole di documenti, compresi i verbali di sedute della stessa, anche se molti accertamenti vennero coperti da "omissis". Le conclusioni evidenziarono l'esistenza di una complicità tra la mafia e l'area politica governativa, ma il quadro non venne sufficientemente chiarito; anzi il democristiano Carraro dette un'immagine ottimistica della situazione e dello stato della lotta alla mafia, tale da indurre il Parlamento a non prorogare l'attività della Commissione.

2.1 La prima legge antimafia (legge n. 575/65)

Il primo intervento normativo compiuto a seguito dell'istituzione della Commissione antimafia fu costituito dall'emanazione della legge 31 maggio 1965, n. 575 recante "Disposizioni contro la mafia". L'avvenuto mutamento della realtà criminale e le difficoltà riscontrate nei processi contro mafiosi, di raccogliere il materiale probatorio sufficiente per giungere ad una sentenza di condanna, indusse il legislatore ad allargare l'ambito di applicabilità delle misure di prevenzione, già introdotte nel nostro ordinamento con la legge n. 1423 del 1956 (26).

Attraverso l'emanazione della legge n. 575/65, il legislatore allargò la sfera soggettiva di applicazione delle misure di prevenzione, prevedendo che queste sarebbero state attivabili anche nei confronti dei soggetti "indiziati di appartenere ad associazioni mafiose" (27).

La novità della legge sopra citata sta nell'aver introdotto i cardini basilari dell'assetto giuridico indirizzato a combattere la criminalità organizzata, ma i suoi effetti pratici nella lotta alla mafia non si dimostrarono così risolutivi.

In primo luogo, la legge, poneva notevoli problemi interpretativi a causa dell'indeterminatezza del termine "indiziati" di mafiosità, finendo per rendere l'applicazione delle misure di prevenzione del tutto discrezionale ed aleatoria (28). Avallate dalla Corte Costituzionale, queste misure risultarono comunque radicalmente avversate dalla dottrina penalistica perché fondate sul "sospetto" e non già sui fatti su cui si impernia il diritto penale liberale (29).

In secondo luogo, malgrado la legge imponesse al soggetto una serie particolare di obblighi e prescrizioni che ne limitavano la libertà di movimento e la capacità di delinquere, le misure risultavano facilmente eludibili. Nel 1969, proprio l'applicazione di tale misura di prevenzione a due famosi boss mafiosi, quali Luciano Leggio e colui che all'epoca risultava essere il suo luogotenente, Totò Riina, destò particolare clamore per la facilità con cui i due riuscirono a rendersi latitanti, disobbedendo agli ordini impartiti dall'autorità giudiziaria, e raggiungendo il nord Italia dove ricostruirono il tessuto base per i loro affari illeciti (30).

Secondo l'opinione di molti, inoltre, anziché prevenire la commissione di reati (31) l'applicazione di misure di prevenzione si è tradotta spesso in occasioni di "esportazione" di metodi e comportamenti tipicamente mafiosi in zone del Paese che ne erano tradizionalmente immuni (32).

Un successivo ampliamento della normativa antimafia avvenne ad opera della legge 22 maggio 1975, n. 152 recante "Disposizioni a tutela dell'ordine pubblico", detta anche "legge Reale" dal nome dell'allora Ministro di Grazia e Giustizia. L'art. 19 della legge prevedeva la completa equiparazione di trattamento tra gli indiziati di mafiosità e i soggetti responsabili di atti preparatori diretti alla commissione di reati di sovversione e terrorismo, per quanto riguardava l'utilizzazione delle misure di polizia. Tuttavia, per risolvere definitivamente la questione dell'individuazione dell'ambito soggettivo del concetto di "indiziato di mafia", si è dovuto attendere sino al 1982, anno del vero e proprio salto di qualità della legislazione antimafia in Italia.

Subito dopo la sua entrata in vigore, la legge Reale fu oggetto di critiche anche molto accese che non si limitavano alla parte relativa alle misure di prevenzione (33); essa, secondo molti, ha rappresentato il modello della "legge penale dell'emergenza" che negli anni successivi ha caratterizzato la produzione normativa in tema di lotta al terrorismo politico, e che ha consentito di aggirare le garanzie costituzionali poste a tutela della libertà dei cittadini (34). Negli anni successivi, la produzione normativa emergenziale si è concentrata soprattutto nella lotta all'eversione politica facendo passare in secondo piano il fenomeno della criminalità organizzata. Le norme sostanziali e processuali più restrittive toccarono vertici di durezza mai raggiunti in precedenza, soprattutto in tema di libertà personali, ma non riuscirono a contenere il diffondersi ed il consolidarsi delle organizzazioni mafiose, le cui attività illecite, in quegli stessi anni, risultarono essere quanto mai vive e vitali (35).

3. L'introduzione dell'art. 416-bis c.p.

Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta iniziò una feroce guerra di mafia che vide la commissione di numerosi omicidi perpetrati dalle diverse famiglie mafiose; contemporaneamente la mafia aveva preso ad attaccare ogni rappresentanza delle istituzioni che costituisse un ostacolo all'espansione delle sue attività illecite. In particolare, il 30 aprile del 1982, a Palermo, venne ucciso in un attentato Pio La Torre, deputato e segretario regionale del PCI siciliano, insieme al suo autista; dopo poco più di quattro mesi, il 3 settembre dello stesso anno, sempre a Palermo, avvenne l'uccisione del prefetto di Palermo, generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta.

Lo Stato reagì con l'introduzione di due provvedimenti emergenziali che cambiarono definitivamente il corso della lotta istituzionale alla mafia. Il 6 settembre 1982, dopo solo 3 giorni dall'omicidio di Dalla Chiesa, venne varato il D.L. n. 629, convertito con modificazioni, nella legge 12 ottobre 1982, n. 726, recante "Misure urgenti per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa", che istituì l'Alto Commissariato per il coordinamento contro la delinquenza mafiosa. Al nuovo organo, sottoposto agli ordini diretti del Ministro dell'Interno, vennero attribuiti particolari ed autonomi poteri di indagine presso le pubbliche amministrazioni, gli enti pubblici anche economici, le banche e gli istituti di credito pubblici e privati, con la possibilità di avvalersi degli organi di polizia tributaria nell'espletamento delle proprie funzioni (36).

Pochi giorni dopo, il 19 settembre, venne varata la legge n. 646/82, più comunemente conosciuta come "Rognoni-La Torre" che assunse una fondamentale importanza per aver introdotto l'art. 416-bis nel Codice Penale. Attraverso tale articolo, rubricato "Associazione di tipo mafioso" (37), il legislatore non solo sancì definitivamente il carattere illecito dell'organizzazione mafiosa, ma tentò per la prima volta di darne una definizione giuridica che fosse capace di individuare i suoi meccanismi di funzionamento. La nuova figura di reato si riferiva, infatti, a quelle associazioni che, pur costituendo un pericolo per l'ordine pubblico, non presentavano tutti i requisiti propri dell'associazione per delinquere prevista dal preesistente art. 416 c.p. Secondo la descrizione di quest'ultima fattispecie criminosa era infatti necessario che la societas sceleris fosse sorta in funzione della commissione di delitti, risultando inadeguata a perseguire alcune moderne manifestazioni del fenomeno mafioso nel caso questo avesse avuto di mira il perseguimento di scopi paraleciti non costituenti delitto (38). Ecco perché il legislatore ha imperniato la nuova fattispecie sulla forza intimidatrice del vincolo associativo, da cui nascono l'assoggettamento e l'omertà di quanti entrano in rapporti con l'associazione.

La previsione di cui all'art. 416-bis c.p. rappresentò una vera e propria innovazione nel nostro ordinamento, ma non mancò di provocare molte polemiche, per alcuni versi ancora attuali, circa i pericoli di strumentalizzazione cui la fattispecie era esposta a causa della genericità della sua descrizione (39).

La legge Rognoni-La Torre, inoltre, introdusse per la prima volta, le misure di prevenzione patrimoniali, volte a colpire l'accumulazione illecita di patrimoni; accanto a queste, vennero previste anche nuove misure interdittive finalizzate ad ostacolare lo sfruttamento mafioso delle attività della pubblica amministrazione, nonché l'istituzione della seconda Commissione parlamentare antimafia (40). La legge n. 646/82 non attribuì poteri di inchiesta alla Commissione parlamentare; i compiti che le furono attribuiti furono quelli di verificare l'attuazione delle leggi antimafia, di monitorare l'azione dei pubblici poteri, ed infine, di suggerire al Parlamento eventuali misure legislative e amministrative dirette a contrastare la criminalità organizzata.

Le innovazioni contenute nella legge determinarono notevoli risultati positivi nel primo periodo di applicazione. I dati disponibili nel dicembre 1984 evidenziavano un elevato numero di persone denunciate ai sensi della nuova fattispecie e numerose proposte di applicazione di misure di prevenzione personali, consistenti accertamenti patrimoniali e non pochi sequestri e confische di beni.

Sul fronte giudiziario, nel frattempo, si registrava un intenso impegno dei magistrati della Procura della Repubblica di Palermo riuniti in uno speciale pool di indagine guidato inizialmente dal giudice istruttore Rocco Chinnici, a cui successe, dopo il suo omicidio (41), il giudice fiorentino Antonino Caponnetto. Grazie alla previsione di cui al 416-bis c.p. e alle dichiarazioni dei primi collaboratori di giustizia (42) il pool di Palermo istruì il "maxiprocesso" che, iniziato il 10 febbraio 1986 e protrattosi per diversi anni, porterà nel 1992 a numerose condanne sia dei capi che dei gregari dell'organizzazione mafiosa denominata "Cosa Nostra" (43).

Negli anni successivi, tuttavia, l'efficacia delle misure di prevenzione patrimoniali è andata progressivamente diminuendo, facendo registrare una costante riduzione sia dell'entità dei beni oggetto dei provvedimenti di prevenzione, sia del valore deterrente da essi spiegato. (44) I processi contro i capi di Cosa Nostra incontravano notevoli difficoltà di svolgimento a causa soprattutto dell'elevato numero di imputati coinvolti (45).

3.1 I lavori della seconda Commissione antimafia

La Commissione antimafia che seguì le prime applicazioni della legge Rognoni - La Torre, effettuò numerose visite in territori particolarmente esposti al problema del fenomeno mafioso ed analizzò l'andamento delle attività criminali di Cosa Nostra dopo la sua entrata nel mercato degli stupefacenti. Dalle analisi effettuate nel corso dei suoi lavori emerse che, malgrado i progressi compiuti in virtù della legge n. 646/82, col passare del tempo la risposta istituzionale risultava essersi indebolita. Lo Stato stava avviandosi pericolosamente verso un processo di normalizzazione, a cui però non corrispondeva un cessato allarme sul fronte delle attività di matrice mafiosa (46). Cosa Nostra risultava essersi evoluta e rafforzata ed il suo potere si estendeva su tutto il territorio nazionale. Si registrava un gigantesco incremento di società finanziarie anonime, nonché di banche ed istituti di credito finalizzate al riciclaggio di denaro sporco; risultava, inoltre, elevato il numero di casi di infiltrazione mafiosa nei settori decentrati della pubblica amministrazione (47). In questo ambito, in particolare, la Commissione denunciava una carenza di attenzione. In Sicilia, Campania e Calabria le guerre di mafia risultavano essere ancora in corso: le organizzazioni colpite da azioni giudiziarie dimostravano una notevole capacità di ripresa grazie alla velocità con cui venivano ripristinati i ruoli dirigenziali. Sotto questo profilo le carceri giocavano un ruolo fondamentale poiché era all'interno di queste che si tessevano "trame e relazioni per ricomporre le fila" (48); le carceri, inoltre, avevano favorito pericolose saldature tra la criminalità eversiva e quella mafiosa.

4. La legge n. 55 del 1990 e la nascita del "doppio binario" nei confronti dei detenuti per i reati di criminalità organizzata.

Nel 1987, allo scadere della IX legislatura, la Commissione parlamentare terminò i suoi lavori e si fece promotrice di una proposta di legge. A causa dello scioglimento anticipato delle Camere la proposta della Commissione non trovò occasione di dibattito. L'anno successivo, tuttavia, il Ministro dell'interno Gava e il Ministro di grazia e giustizia Vassalli ripresero in larga parte le iniziative suggerite dalla Commissione Antimafia e presentarono un disegno di legge, intitolato "Nuove disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di manifestazione di pericolosità sociale" (49), successivamente convertito nella legge 19 marzo 1990, n. 55, dettato dall'esigenza di "procedere ad un rapido riesame e aggiornamento degli strumenti normativi in vigore per ricalibrarne la disciplina in relazione alle mutate strategie delle organizzazioni criminali" (50).

Nella relazione introduttiva veniva spiegato che il disegno di legge andava ad inserirsi in un contesto più ampio di provvedimenti anticrimine, il primo dei quali era già stato attuato attraverso il conferimento di poteri più incisivi all'Alto Commissariato antimafia (legge 15 novembre 1988, n. 486). Gli altri interventi che il Governo si impegnava a porre in essere avrebbero riguardato proposte di integrazione della legislazione sugli stupefacenti e l'avvio di programmi di potenziamento degli organici e dei mezzi delle forze di polizia (51).

Le innovazioni previste dal disegno di legge erano per lo più indirizzate a modificare e a rafforzare le leggi n. 575/65 e 646/82; esse infatti riguardavano per lo più la materia delle misure patrimoniali, i procedimenti relativi alla concessione di finanziamenti, di contributi, e di incentivi di varia natura, nonché la previsione di norme sulla trasparenza degli enti locali e nuove fattispecie di reati economici e finanziari.

A causa della molteplicità e della complessità degli argomenti trattati, il dibattito parlamentare si protrasse per oltre un anno. Nel corso della conversione in legge del provvedimento, tuttavia, venne approvato un emendamento che introdusse una modifica ad una materia non contemplata nel nucleo originario del disegno di legge, e che anzi mal si armonizzava con esso. In particolare, derogando alla disciplina varata pochi anni prima dalla legge Gozzini relativa ai permessi premio ex art. 30-ter o.p., venne introdotto l'art. 13 del d.d.l. che aggiunse un nuovo comma 1-bis all'articolo 30-ter (52). La novella risultava così formulata: "Per i condannati per reati commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordinamento costituzionale, di criminalità organizzata, nonché per il reato indicato nell'articolo 630 del codice penale, devono essere acquisiti elementi tali da escludere la attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata". Al momento della sua presentazione l'emendamento non venne illustrato e venne approvato all'unanimità con la sola eccezione del senatore Corleone, che propose la sua soppressione (53).

La previsione di cui all'art. 13 della legge n. 55/90 potrebbe apparire a prima vista una variazione di scarso rilievo, tuttavia, essa rappresentò il punto di partenza per una serie di interventi normativi di emergenza che fecero registrare un notevole inasprimento della normativa in materia di mafia e criminalità organizzata, sia sul piano penale che processuale, sia soprattutto su quello dell'esecuzione penale. Di questo, in particolare, ci occuperemo nel prossimo capitolo dove analizzeremo i vari passaggi che hanno portato all'introduzione del "doppio binario" nel trattamento penitenziario, e alla previsione del regime di cui all'art. 41-bis comma 2 o.p.


Note

1. Relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Abdon Alinovi, pubblicata in E. FANTO' (a cura di), Mafia, 'ndrangheta e camorra dopo la legge La Torre: atti della commissione parlamentare, Roma, Gangemi, 1989, pag. 187.

2. H. HESSE, Mafia le origini e la struttura, Bari, Rizzoli, 1993, pag. 4

3. H. Hesse, Mafia le origini e la struttura, cit., pag. 41; nonché A. CRISANTINO, L'Antimafia al tempo dei Savoia.

4. Nell'anno 1885 il pretore di Partinico espresse l'opinione dei contadini nel modo seguente: "La legge è un patto convenzionale, una imposizione a danno del popolo; il governo un gran mostro personificato, dall'usciere fino a quell'essere privilegiato che si chiama Re. Esso assorbisce tutto, ruba a man franca, dispone degli averi e delle persone a beneficio di pochi perché appoggiato dalla sbirraglia e dalle baionette". Dagli Atti della Giunta per l'inchiesta agraria del 1885, vol. XIII, 28 pubblicato in H. HESSE, Mafia le origini e la struttura, cit., pag. 43.

5. Nel 1860 furono abolite le cosiddette "Compagnie d'armi", di origine borbonica, fino ad allora facenti funzioni di tutela dell'ordine pubblico. Queste furono sostituite dai "Militi a cavallo" nell'ambito di un ordinamento semi-privato di sicurezza che finì soltanto nel 1892. I "militi" non erano membri della polizia, non portavano divise e non alloggiavano in caserme ma nelle loro abitazioni private. Vivevano dunque nel proprio sistema di relazioni avendo in tal modo facile accesso alle informazioni ed una capacità ed efficacia di intervento superiore a quello della forza pubblica. "Queste circostanze, però, impedivano al milite di maturare una morale oggettiva di comportamento, rimanendo invischiato in reti di amicizie, inimicizie, favoreggiamenti e relazioni clientelari che facevano del suo ufficio, uno strumento di privilegio privato. Dato che ogni capitano era responsabile solo dei delitti avvenuti nel suo distretto e che fra le singole compagnie non esisteva un controllo legale né morale, ognuno cercava di liberare la propria zona dei misfatti peggiori e di favorire il passaggio del reo in altri territori. Spesso stipulava con il delinquente un "accordo tra amici", ovvero una sorta di transazione in base alla quale una parte della refurtiva veniva restituita al derubato che in cambio rinunciava alla denuncia; in tal modo il ladro sfuggiva alla persecuzione e il capitano d'armi partecipava agli utili del ladro". (H. HESSE, Mafia le origini e la struttura, cit. pag. 31).

6. H. HESSE, Mafia le origini e la struttura, cit., pag. 20.

7. H. HESSE, Mafia le origini e la struttura, cit., pag. 6.

8. A quell'epoca, il deputato lombardo Romualdo Bonfadini sostenne: "La mafia non è un'associazione che abbia forme stabilite e organismi speciali; non è neanche una riunione temporanea di malandrini a scopo transitorio o determinato; non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti e i più abili. Ma è piuttosto lo sviluppo e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male; è la solidarietà istintiva, brutale, interessata, che unisce a danno dello Stato, delle leggi e degli organismi regolari, tutti quegli individui e quegli strati sociali che amano trarre l'esistenza e gli agi, non già dal lavoro, ma dalla violenza, dall'inganno e dall'intimidazione" in U. SANTINO, Antimafia istituzionale.

9. C. PETRACCONE, Le due civiltà: settentrionali e meridionali nella storia d'Italia dal 1860 al 1914, Roma, Laterza, 2000, pag. 104; nonchè U. SANTINO, Antimafia istituzionale.

10. Il sindaco, in quel periodo, non aveva soltanto poteri politici, ma era anche per la legge dell'epoca, un funzionario di polizia alle dirette dipendenze del ministro dell'Interno; egli non solo faceva arruolare guardie campestri e vigili urbani, ma mandava anche al Prefetto - capo e rappresentante dello Stato nella Provincia - le notizie e le informazioni sulla situazione del paese. (R. MINNA, Breve storia della mafia, Roma, Editori riuniti, 1984. pag. 47).

11. Negli anni che vanno dal 1900 al 1911 soltanto in Sicilia vennero compiuti un terzo del totale degli omicidi registrati su scala nazionale. Si veda R. MINNA, Breve storia della mafia, cit., pag. 49.

12. F. RENDA, Per una storia dell'antimafia, in G. FIANDACA e S. COSTANTINO (a cura di), La mafia le mafie, tra vecchi e nuovi paradigmi, Roma, Laterza, 1994, pag. 78.

13. "Ecco un esempio del suo modo di procedere: durante una spedizione punitiva contro i banditi delle Madonie, molti fuggirono a Gangi. Mori occupò il paese e diede ai banditi 12 ore di tempo per lasciare i loro rifugi e costituirsi. In spregio ai banditi fece macellare il bestiame che si trovava nelle loro case e lo fece vendere a basso prezzo al pubblico mercato. La mossa ebbe pieno successo (...) In breve tempo si costituirono tutti senza alcuna azione di difesa" in H. HESSE, Mafia le origini e la struttura, cit. pag. 235.

14. H. HESSE, Mafia le origini e la struttura, cit. pag. 256.

15. F. RENDA, Per una storia dell'antimafia, cit. pag. 79.

16. Si legga, ad esempio la celebre dichiarazione tenuta al Senato, datata 25 giugno 1949, dall'allora Ministro dell'Interno Mario Scelba, il quale, rispondendo ad una mozione presentata da alcuni senatori, affermava: "Basta mettere il piede a Palermo o, senza andare a Palermo, incontrarsi con qualcuno della provincia di Palermo perché dopo pochi minuti si parli della mafia: e se ne parla in tutti i sensi, perché se passa una ragazza formosa un siciliano vi dirà che è una ragazza mafiosa, oppure se un ragazzo è precoce vi dirà che è mafioso. Si parla della mafia condita in tutte le salse ma, onorevoli senatori, mi pare che si esageri in questo." in O. BARRESE, I complici: Gli anni dell'antimafia, Milano, Rubettino, 1973, p. 7.

17. G. DE LEO - M. STRANO - G. PEZZUTO - L.C. DE LISI, Evoluzione mafiosa e tecnologie criminali, Milano, Giuffrè, 1995, pag. 120.

18. N. TRANFAGLIA, Come nacque la Commissione parlamentare antimafia, in J. GARUTI (a cura di), Mafia/Mafie: che fare?, Milano, Franco Angeli, 1994, pag. 28.

19. Intervento del relatore di maggioranza, il senatore Mario Zotta, in N. TRANFAGLIA, Come nacque la Commissione parlamentare antimafia, cit. pag. 29

20. Lo stesso Mattarella verrà ucciso in un agguato di mafia il 6 gennaio 1980.

21. Il dott. Terranova alcuni anni dopo verrà ucciso in un attentato mafioso, avvenuto il 25 settembre del 1979.

22. Luciano Leggio, detto Liggio, nei primi anni '60 era già un indiscusso capomafia palermitano che esercitava attività illecite soprattutto nel campo dell'edilizia urbana pubblica e privata. Quale rappresentante della "nuova mafia", si distinse per i metodi violenti utilizzati per eliminare tanti ostacoli che gli si pararono dinanzi; dal sindacalista Placido Rizzotto, scomparso il 10 marzo del 1948, al capo mafia di Corleone Michele Navarra, ucciso il 2 agosto 1958. Fu arrestato la prima volta il 14 maggio del 1964.
Assolto per insufficienza di prove prima a Catanzaro nel 1968 e poi a Bari il 10 giugno del 1969, uccise poi il procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione il 5 maggio del 1971. Durante un lungo periodo di latitanza al Nord, portò a termine con i suoi uomini numerosi sequestri di persona. Fu infine arrestato a Milano il 16 maggio 1974 e finì in carcere: da quel momento non tornò mai più in libertà. Nonostante la detenzione sembra che per parecchi anni abbia continuato ad avere un ruolo importante all'interno dell'organizzazione mafiosa. Colpito da infarto, morì il 15 novembre 1993 nel carcere di Badu e Carros, in Sardegna.

23. Il testo della relazione è riportato da N. TRANFAGLIA, Mafia, politica e affari nell'Italia repubblicana, 1943-1991, Roma, Laterza, 1992, pag. 44 anno.

24. A. CRISANTINO, Capire la mafia, Palermo, La Luna, 1994, pag. 89.

25. A. CRISANTINO, Capire la mafia cit., pag. 89.

26. La legge n. 1423/56, recante "Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e la pubblica moralità" dettò la disciplina delle misure di prevenzione personale (sorveglianza particolare, divieto di soggiorno e obbligo di soggiorno) specificandone le procedure, le modalità ed i limiti di applicazione. La materia è stata profondamente modificata dalla legge 3 agosto 1988, n. 327 in base alla quale le misure di prevenzione personali si applicano a tre categorie di soggetti caratterizzate dalla rilevanza penale dei comportamenti descritti (dediti a traffici delittuosi, che si mantengono con i proventi dei reati, dediti alla commissione di determinati reati). La legge, nonostante gli sforzi di "svecchiare" il sistema, non è riuscita a risolvere il vizio di fondo che veniva segnalato riguardo al sistema preventivo personale, vale a dire l'intervento nella sfera di libertà dei cittadini a prescindere dal compimento di un reato. Si veda, sul punto, P.V. MOLINARI - U. PAPADIA, Le misure di prevenzione nella legge fondamentale e nelle leggi antimafia, Milano, Giuffrè, 1994, pag. 340.

27. Art. 1 legge n. 575/65.

28. Si segnala, a tal proposito, quanto dichiarato dal Ministro di grazia e giustizia Giuliano Vassalli nel corso di una seduta parlamentare a proposito delle misure di prevenzione (Camera dei deputati, X legislatura, seconda commissione, 1 febbraio 1989, pag. 11): "Queste ultime sono state ripetutamente sottoposte al vaglio della Corte costituzionale; indubbiamente, esse, suscitano alcune perplessità, ma la lotta contro alcune manifestazioni pericolose per la società, anche quando non si manifestano immediatamente in maniera criminosa, può essere un'esigenza non in contrasto con la pratica legislativa ed amministrativa di uno stato democratico".

29. R. MINNA, Il controllo della criminalità: politica criminale e nuovo Codice di procedura penale, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1997, pag. 106

30. Dagli atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia, Vº legislatura, relazione del 31/5/'72, p. 83: "In data 10 giugno 1969, la Corte di assise di Bari assolse Leggio dal delitto di associazione per delinquere con formula dubitativa e per non aver commesso il fatto da nove omicidi e da un tentato omicidio. Subito dopo la scarcerazione, Leggio si recò, unitamente al suo luogotenente e coimputato Salvatore Riina, nel comune di Bitonto, prendendo alloggio in un albergo. Con rapporto dell'11 giugno 1969 la questura di Palermo segnalò alla procura della Repubblica di quella città l'opportunità di proporre a carico di Leggio la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, previa emissione di ordine di custodia precauzionale (...) Il 17 giugno 1969 Leggio e Riina, che si trovavano sempre a Bitonto, vennero muniti di foglio di vai obbligatorio per Corleone, con l'ingiunzione di presentarsi a quell'ufficio di pubblica sicurezza il 19 successivo e con diffida a non fare ritorno a Bitonto per il periodo di tre anni, sotto le comminatorie di legge. Sia Leggio che Riina lasciarono, di fatto, Bitonto; ma, mentre Riina proseguì regolarmente il viaggio per Corleone, Leggio, il 18 giugno 1969 sostò a Taranto dove venne ricoverato all'ospedale civile della Santissima Annunziata. Sempre il 18 giugno 1969 la procura della Repubblica di Palermo chiese che Leggio e Riina fossero sottoposti alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con l'obbligo di soggiorno in un determinato comune. (...) Il 25 giugno del 1969 la questura di Taranto fece notificare a Leggio, ricoverato come si è detto nell'ospedale civile della Santissima Annunziata, una nuova ordinanza di rimpatrio con l'ingiunzione a presentarsi al commissariato di pubblica sicurezza di Corleone entro tre giorni dalla data di dimissione dall'ospedale. Il 5 luglio 1969 Riina comparve davanti alla prima sezione penale del tribunale di Palermo, che con decreto del 7 luglio 1969 gli applicò la misura di prevenzione speciale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, con l'obbligo di soggiorno nel comune di San Giovanni il Persiceto (Bologna) per la durata di quattro anni. Ma in seguito Riina, munito di foglio di via, non raggiunse il comune di residenza obbligatoria, rendendosi irreperibile. (...) Il 28 settembre 1969 Leggio lasciò l'ospedale della Santissima Annunziata di Taranto ma, anziché raggiungere Corleone, si recò a Roma, ricoverandosi nella clinica Villa Margherita al viale di Villa Massimo. Di questo ulteriore spostamento del Leggio il suo difensore informò gli organi di polizia, con lettera del 1º ottobre 1969, facendo presente che il proprio cliente, affetto da grave infermità, doveva continuare le cure mediche ed eventualmente sottoporsi ad intervento chirurgico, fatti questi che, a giudizio del professionista, giustificavano l'inosservanza degli ordini di rimpatrio emessi dalle questure di Bari e di Taranto. (...) Il 13 ottobre 1969 il commissario di pubblica sicurezza di Corleone denunziò Leggio a quel pretore per contravvenzione al foglio di via obbligatorio ed informò tutte le questure della Repubblica del suo trasferimento. Il 18 ottobre 1969, Leggio venne sottoposto ad un delicato intervento chirurgico. Quindi il 19 novembre 1969, Leggio abbandonò la clinica Villa Margherita eludendo la sorveglianza che veniva esercitata - in forma discreta- nei suoi confronti e, da allora, si rese irreperibile". Nella sua relazione la Commissione ritenne anche opportuno indicare alcune risultanze obiettive idonee a facilitare l'accertamento della verità. Una di queste rileva: "Nessuna indagine fu fatta sull'ospedale della Santissima Annunziata di Taranto, e ciò nonostante che si trattasse di un ospedale normalmente frequentato da mafiosi".

31. Dalla relazione presentata alle Camere il 16 aprile 1985, intervento dell'On. Abdon Alinovi, presidente della Commissione parlamentare antimafia, IX legislatura: "Né la diffida, né il ritiro della patente di guida sono provvedimenti idonei a scoraggiare l'azione delittuosa della criminalità comune o di quella mafiosa e camorristica, mentre sono in grado di rendere difficoltosa l'attività lavorativa di chi intende darsi a vita onesta", in E. FANTO' (a cura di), Mafia, 'ndrangheta e camorra dopo la legge La Torre: atti della commissione parlamentare, cit., pag. 119

32. Intervento dell'on. Mastrantuono in Camera dei deputati, X legislatura, Commissione giustizia, seduta del 26 gennaio 1989, pag. 3.

33. Tra le altre cose, la legge, infatti, ampliava i casi in cui era da ritenersi possibile l'uso delle armi da parte delle forze dell'ordine, rendeva possibile la perquisizione personale sul posto anche senza l'autorizzazione del magistrato, vietava di partecipare a manifestazioni portando caschi protettivi e con il volto coperto, ripristinava l'istituto del confino per ragioni politiche di epoca fascista (S. VERDE, Massima sicurezza, dal carcere speciale allo Stato penale, Roma, Odradek, 2002, pag. 61).

34. D. PETRINI, Il sistema di prevenzione personale, in L. VIOLANTE, Storia d'Italia: la criminalita, Annali, vol 12, Torino, Einaudi, 1997, pag. 921

35. G. BERSANI (a cura di), Mafia e criminalità organizzata, Torino, Utet, 1995, pag. 121.

36. A fronte dell'entusiasmo iniziale che accolse tale provvedimento, il ruolo dell'Alto Commissariato venne più volte messo in discussione, a causa delle sue numerose dimostrazioni di inefficienza. Nel novembre 1988 fu tentata un'opera di ristrutturazione e di rilancio delle sue funzioni, ma il 31 dicembre 1992 intervenne formalmente la sua soppressione "senza rimpianti né autocritiche" (L. PEPINO Spunti in tema di politica criminale e politica giudiziaria, in Dei delitti delle pene, 1993, pag. 82). Le sue facoltà furono ripartite tra i Prefetti, il Capo della Polizia ed il Direttore della Direzione Investigativa Antimafia, istituita nel frattempo con D.L. 29 ottobre 1991, n. 345, parallelamente ad una nuova struttura della Magistratura competente in questo settore, la Direzione Nazionale Antimafia, che si articolava in un organo centrale, il Procuratore Nazionale Antimafia, e diversi organi periferici, nelle sedi dei vari distretti giudiziari.

37. Art. 416-bis comma 3º c.p.: "L'associazione è d tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per latri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali".

38. V. GERACI, L'associazione di tipo mafioso nella l. 13/9/82 n. 646, in Legislazione penale, 1986, pag. 570. L'autore cita come esempio il caso di alcuni gruppi mafiosi i quali, contando sulla "rispettabilità" nascente dalla notoria e sperimentata loro presenza su un determinato territorio, ottengono-senza neanche prendere l'iniziativa di una richiesta in tal senso- la preferenza nell'acquisto di taluni edifici costruiti nella loro zona, e loro offerti dall'impresa per garantirsi la tranquillità dei lavori e l'"ordine" dell'insediamento abitativo.

39. S. MOCCIA, Criminalità organizzata e risposte ordinamentali, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1999, pag. 161

40. In particolare, vennero ampliati i poteri d'indagine per il Questore ed il Procuratore della Repubblica, vennero introdotte restrizioni in materia di licenze, appalti, concessioni, autorizzazioni ed iscrizioni varie; venne anche stabilito l'intervento diretto, in forma pressoché automatica, della Guardia di Finanza per la verifica della posizione fiscale del mafioso, ai fini sia giudiziari che dell'accertamento di eventuali illeciti valutari e societari. (G. NANULA, La lotta alla mafia, Milano, Giuffrè, 1996, pag. 4).

41. Il giudice istruttore venne ammazzato a Palermo il 29 luglio 1983.

42. Una delle collaborazioni più rilevanti risultò essere quella del super pentito Tommaso Buscetta, il quale rivela per la prima volta i caratteri unitari, piramidali e verticistici di "Cosa Nostra".

43. Il 10 febbraio 1986 nell'aula bunker costruita a tempo record a ridosso della fortezza dell'Ucciardone comincia il primo maxi-processo a Cosa nostra che vede alla sbarra 475 imputatidopo la scrematura operata da una inchiesta che contava 707 inquisiti. I due pubblici ministeriGiuseppe Ayala e Domenico Signorino chiesero in totale 28 ergastoli e 5.000 anni di carcere. Il Grande Processo era imperniato sul cosiddetto "Teorema Buscetta" secondo cui nulla accade se non lo decide il governo della mafia. Il Teorema Buscetta passò in primo grado traducendosi in 19 ergastoli ma poi fu ridimensionato in appello, al termine del quale furono decise 12 condanne a vita per i grandi boss. Seguirono violente polemiche. Si temeva che l'impianto processuale preso a picconate in secondo grado sarebbe stato poi sbriciolato in Cassazione. Al contrario, nel febbraio '92, la Suprema Corte confermò la quasi totalità delle condanne. (F. CAVALLARO, Mafia, Album di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, 1993, pag. 128).

44. Nel 1983 sono avviati 282 processi per il reato di cui all'art. 416 bis c.p., con 3.665 imputati; nell'84 i processi sono 316 con 4.484 imputati. Nel 1985, tuttavia i processi calano a 212 con 1.797 imputati e nel 1986 si riducono a 108 con 1.424 imputati. Dal settembre 1982 al 31/12/ 84 gli accertamenti patrimoniali ex art. 24 della l. 646/82 sono in tutto 4.002; i sequestri cautelativi sono 32 e le confische di beni appena 8 (in R. MINNA, Il controllo della criminalità: politica criminale e nuovo Codice di procedura penale cit., pag. 110). Secondo alcuni autori, in particolare: "Questo calo di efficacia è del tutto logico ed era ampiamente prevedibile (...) non è affatto strano che chi sappia di essere in odore di mafia si guardi bene dall'accumulare beni patrimoniali alla luce del sole per esporli al pericolo di una confisca e che man mano l'azione di prevenzione patrimoniale finisca o per ridursi di volume, o per colpire le persone la cui mafiosità sia sempre più discutibile, tanto che non prevedano di poter incappare in provvedimenti del genere. (...) Il denaro della mafia, della camorra, della droga, si riversa su investimenti mobiliari, che più facilmente restano nell'anonimato e che utilizzano utilmente prestanomi e filtri di vario genere, con la creazione di organizzazioni sofisticate con diramazioni geografiche e sociali per il passato inimmaginabili" (M. MELLINI, La notte della giustizia, Roma, Stampa Alternativa, 1990, pag. 105).

45. L'allungamento dei tempi processuali determinerà la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare di molti imputati, tra i quali Leoluca Bagarella avvenuto l'8 dicembre 1990.

46. Intervento dell'on. Antonio Mannino: "Abbiamo avuto, con il passare del tempo, un indebolimento nella nostra azione ed una sottovalutazione di quelle caratteristiche che pure avevamo individuato. Questo non è avvenuto da parte nostra ma, sicuramente, da parte delle autorità e del Governo" (E. FANTO', Mafia, 'ndrangheta e camorra dopo la legge La Torre: atti della commissione parlamentare, cit., pag. 198).

47. La Commissione, in particolare, affrontava il nodo riguardante i collegamenti tra malavita organizzata e forze politiche, e rimproverava alle Istituzioni la mancanza di volontà di affrontare seriamente questo tema: "(...) Agli uomini di Governo è invece sfuggito questo particolare spetto del problema verso il quale non abbiamo riscontrato alcuna sensibilità, negli incontro che abbiamo avuto in Commissione, da parte del ministro dell'interno, di grazia e giustizia o del tesoro; anzi, direi che sono sempre stati sfuggenti o latitanti proprio sul problema del rapporto tra mafia e politica. Ripeto, nessuno ce ne ha mai parlato" (intervento on. Sergio Flamigni, in E. FANTO', Mafia, 'ndrangheta e camorra dopo la legge La Torre: atti della commissione parlamentare, cit., pag. 214:.

48. E. FANTO', Mafia, 'ndrangheta e camorra dopo la legge La Torre: atti della commissione parlamentare, cit., Intervento dell'on. Abdon Alinovi, pag. 184, nonché dell'on. Claudio Vitalone, pag. 196

49. Presentato alla Camera dei deputati il 5 novembre 1988 (atto n. 3325).

50. Camera dei Deputati, X legislatura, disegni di legge e relazioni, atto n. 3325, pag. 1

51. Camera dei Deputati, X legislatura, seconda commissione, seduta del 1 febbraio 1989, pag. 8, intervento del Ministro dell'interno Antonio Gava.

52. Il testo dell'emendamento, proposto dal Governo, recitava: "Nell'art. 30-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354 è inserito, dopo il primo comma, il seguente: "Per i condannati per i reati indicati nell'art. 340, ultimo comma del c.p.p., devono essere acquisiti elementi tali da escludere l'attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata" (Camera dei deputati, X legislatura, seconda commissione, seduta del 28 settembre 1989, pag. 14).

53. Senato della Repubblica, X legislatura, seconda commissione, seduta del 1º marzo 1990, pag. 18-19, intervento del Sen. Corleone: "Per questi motivi illustrando i miei emendamenti devo denunciare questo metodo surrettizio con il quale si vuole modificare la cosiddetta legge Gozzini, nel silenzio (...) Inoltre quella che vi apprestate a votare è una misura non solo inutile (...) ma anche pericolosa perché va a incidere su due principi cardine della legge Gozzini, ossia quello della responsabilità del magistrato e quello per cui la concessione degli eventuali benefici e in funzione del soggetto detenuto e non del titolo di reato. Queste sono due conquiste (...) che noi mettiamo in pericolo con un emendamento che, peraltro, nella pratica non sortirà alcun effetto diverso da quelli che si possono conseguire sulla base della normativa vigente".