L'altro diritto

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1. Tribunale per i minorenni e servizi sociali: due diverse competenze unite da un unico fine

L'ordinanza di sospensione del processo per messa alla prova, che può essere disposta sia nell'udienza preliminare che in quella dibattimentale, non segue una sentenza di condanna: unico presupposto è che il giudice "sentite le parti", ritenga "di dover valutare la personalità del minorenne all'esito della prova" (art. 28 d. p. r. 448/88). A tal fine assume primaria importanza il ruolo dei servizi minorili, che forniscono i dati sulla personalità del ragazzo, sulla sua situazione socio-familiare e sulle esigenze educative da tutelare, guidando, sollecitando ed indirizzando le decisioni del giudice. Il legislatore ha infatti voluto che la risposta al fatto-reato commesso dall'adolescente fosse propria del sociale. Di qui un costante rapportarsi tra giudice e servizi.

Il coinvolgimento di questi ultimi inizia nella fase c.d. informativa, quando il giudice si avvale del loro aiuto per conoscere il minore, e continua durante tutto il corso della prova, nella fase c.d. operativa, sostanziandosi nello svolgimento di attività, complementari, di controllo e sostegno del giovane.

La legge non indica i criteri con cui l'autorità giudiziaria deve scegliere se rivolgersi ai servizi minorili o a quelli locali, per avere informazioni sull'adolescente. Secondo il dottor SCARCELLA, a Firenze la scelta cade sui servizi ministeriali sia perché con essi c'è un canale collaudato di comunicazione sia perché il tribunale conosce gli operatori ministeriali meglio di quelli del territorio. Dunque, spesso i giudici di Firenze si rivolgono agli assistenti del servizio ministeriale anche quando poi materialmente il lavoro sarà fatto dai servizi locali: il servizio dell'amministrazione della giustizia viene così utilizzato come intermediario.

Quando l'ufficio ministeriale riceve la segnalazione che un ragazzo ha commesso un reato, la direzione assegna il caso ad un'assistente sociale, che svolge un'inchiesta. Grazie ad essa l'assistente, ex articolo 9 del d. p. r. 448/88, fornisce "elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali e ambientali del minorenne al fine di accertarne l'imputabilità e il grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale del fatto nonché disporre le adeguate misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili". Se dalla ricerca compiuta emerge che il reato non è un fatto episodico, ma è, invece, espressione di un comportamento deviante e se la messa alla prova appare utile per l'educazione del minore, l'assistente la propone al ragazzo. Solo a questo punto viene elaborato il progetto, che è il frutto di un'attenta analisi dello stile di vita dell'adolescente e di un dialogo con quest'ultimo, che deve accettare le prescrizioni ivi contenute (dottoressa PIPINO). Dunque, spesso la messa alla prova del minore viene richiesta dal servizio ministeriale direttamente nella prima udienza ed il tribunale di Firenze accetta il suo suggerimento; altre volte, invece, sono i giudici o il difensore a richiedere l'istituto e, in questi casi, viene sospeso il giudizio e fissata un'altra udienza per permettere l'elaborazione di un progetto che tenga conto della realtà in cui l'adolescente è vissuto.

Nei rarissimi casi in cui il minore non è già conosciuto dal servizio sociale ed ha commesso un reato per cui è previsto l'arresto, egli può essere osservato durante la sua permanenza nel centro di prima accoglienza, al fine di comprendere se la messa alla prova è urtile per risocializzarlo. Tuttavia il minore rimane nel C. P. A. soltanto 48 ore e, in così breve tempo, è difficile che gli operatori minorili riescano ad avere un'idea chiara sulle sue condizioni individuali e socio-familiari (dottor LEONETTI). Inoltre per capire il carattere di un ragazzo è necessario osservarlo nel contesto in cui vive, in quanto, come osserva il professor PAPINI, frequentemente gli atti illeciti sono compiuti in situazioni sociali ben specifiche, quali quelle legate al contatto con le c.d. "cattive compagnie". Se un minore è osservato al di fuori del contesto che gli è abituale è difficile conoscere la sua personalità, poiché essa non si esprime spontaneamente ed è condizionata dall'adattamento all'istituto in cui il ragazzo è costretto a stare. Quindi oltre ad essere svolta in un periodo di tempo troppo breve, l'osservazione del minore all'interno del centro di prima accoglienza avviene nel luogo sbagliato perché prescinde dall'interazione dell'adolescente con l'ambiente in cui solitamente vive. In quel breve periodo di tempo è importante, dunque, soprattutto l'instaurazione di un dialogo con il minore, al fine di aiutarlo adeguatamente durante tutto l'iter processuale. Il dottor LEONETTI osserva che quando il ragazzo entra nel centro di prima accoglienza si trova in uno stato di grande agitazione e di profonda ansia, perché il reato molto spesso rappresenta il gesto estremo con cui egli esprime un'angoscia interiore. Al ragazzo quindi serve che gli assistenti sociali lo aiutino a capire perché si è comportamento in modo tale da finire nell'istituto, a ricostruire un filo conduttore di quello che è successo. Inoltre gli operatori minorili devono aiutarlo anche a comprendere cosa avviene a lui durante tutte le fasi processuali ed in cosa consiste esattamente il provvedimento di messa alla prova; se il ragazzo non capisce il significato dell'istituto preferisce quasi scontare le pena detentiva e vive la prova non come una propria decisione, ma come qualcosa che gli è imposto. Ovviamente, in tale situazione, egli non è motivato a responsabilizzarsi, non si impegna realmente per cambiare il proprio stile di vita e quindi, il più delle volte, la prova ha esito negativo. Il professor PAPINI rileva però l'estrema difficoltà di riuscire ad instaurare un rapporto di fiducia con il minore, poiché "quando i bambini hanno sofferto durante i primissimi anni di vita, come spesso accade ai ragazzi devianti, dopo non sono più capaci di sviluppare relazioni: imparano a non attacarsi a nessuno e quindi sono destinati ad avere una vita di non relazione". Secondo il professor PAPINI è quindi necessario che gli operatori minorili siano preparati ad avvicinarsi agli adolescenti, riuscendo ad instaurare un dialogo con loro senza che questi se ne accorgano: gli assistenti sociali, cioè, devono essere capaci di comprendere i ragazzi, senza esprimere il loro coinvolgimento emotivo.

In una seconda fase, c.d. operativa, i servizi devono seguire il minore durante lo svolgimento della prova, riferendo periodicamente al collegio il modo in cui egli si comporta. Secondo l'articolo 28 comma 2 del d. p. r. 448/88, i servizi dell'amministrazione della giustizia svolgono "anche in collaborazione con i servizi locali" le opportune attività di osservazione, trattamento e sostegno, quindi il coinvolgimento dei servizi del territorio è lasciato alla discrezionalità del servizio ministeriale. Spesso, quando la famiglia del minore vive in un piccolo paese e teme di essere stigmatizzata a causa della divulgazione della notizia che egli è accusato di aver commesso un reato, i genitori del ragazzo messo alla prova chiedono che egli non sia seguito dai servizi locali. In questi casi il programma viene predisposto direttamente dal servizio ministeriale ed è questo che segue l'adolescente durante tutto il corso della prova, in quanto uno degli obiettivi che vengono perseguiti attraverso quest'istituto è proprio la non amplificazione dell'evento penale. Altrimenti è proprio durante questa fase che vengono coinvolti i servizi locali, che sono meglio informati sulle risorse utilizzabili sul territorio al fine di responsabilizzare l'adolescente (dottoressa PIPINO).

Ma, parlare del rapporto tra giudice e servizi ci porta a definire i loro ruoli, al fine di una chiara comprensione del significato da attribuire alla loro collaborazione.

Come già detto, è il servizio sociale che permette al giudice di conoscere il minore che si trova ad essere esaminato in sede penale; è il servizio sociale che informa il tribunale, interviene, attua i provvedimenti, impegnandosi direttamente nella realtà del ragazzo, della sua famiglia, dell'ambito sociale in cui vive.

Di fronte ad un simile attivarsi del servizio, evidentemente non può esserci un giudice meramente titolare di un diritto-dovere decisionale, in quanto la messa alla prova costituisce una risposta a situazioni di disagio ed abbandono, che non può prescindere dalla realtà che i servizi conoscono e dalle possibilità operative, che solo i servizi sanno in che misura e con quali modalità possono essere attuate. Dunque un nuovo ruolo ed una maggiore responsabilità derivano al giudice dall'istituto della messa alla prova: un ruolo di mediazione tra cittadini e territorio che lo vede inserirsi in un "contesto umano e professionale più complesso, caratterizzato da molteplici interfacce" (dottor SCARCELLA).

È quindi necessaria una figura di giudice disponibile al colloquio con i servizi, pronta a recepirne le sollecitazioni programmatiche, attiva là dove la sua opera sia richiesta dai servizi stessi a loro sostegno.

Diventa così particolarmente importante il ruolo del componente privato. Come evidenzia Rossini, infatti, esso può costituire un raccordo essenziale rispetto ai servizi sociali "perché in grado di sintonizzare discorsi potenzialmente diversi su una frequenza unica, visto che ha attribuzioni e competenze che possono interagire con entrambe le realtà, quella giuridica e quella sociale" (1).

Interessante a questo proposito appare l'opinione del dottor SANTINI, secondo cui il rischio professionale che caratterizza l'attività del giudice è l'iidentificazione statica in uno strumento, cioè quello della pena, anche se interpretato come strumento di correzione. Per evitare che tale rischio si realizzi è necessario che, pur all'interno di un quadro di certezza del diritto, il giudice riesca a mantenere il concetto di pena in termini problematici, cercando di trovare sempre le risposte più adatte al reato commesso e, soprattutto, alle concrete esigenze dell'autore di esso.

Nel modo di pensare comune, osserva SANTINI, l'idea di pena è sempre legata inconsciamente a quelle di pagamento necessario, di risarcimento e, a volte, di vendetta. Il concetto di pena come strumento di recupero di competenze sociali perdute o non avute è spesso ignorato e rischia di esserlo non solo da parte dei cittadini, ma anche dai membri stessi del tribunale. È quindi un compito fondamentale del giudice minorile comprendere e far comprendere al ragazzo che la sospensione del processo e messa alla prova non è una punizione per il fatto da lui commesso, ma è, invece, un mezzo di risocializzazione.

L'opinione del dottor SANTINI è confermata da quella dell'altro membro laico del tribunale, la dottoressa BARTOLETTI, secondo cui il giudice che dispone la messa alla prova deve far capire all'adolescente sia i motivi per cui deve astenersi dal commettere certe azioni, sia l'opportunità di dare manifestazione del suo cambiamento, che gli viene offerta. La dottoressa BARTOLETTI osserva anche che mentre i magistrati devono accertare soprattutto che la misura predisposta nei confronti del minore sia corretta dal punto di vista giuridico, il giudice laico deve valutare se la sospensione del processo e messa alla prova è utile per la crescita del ragazzo e per permettere il suo reinserimento all'interno della società. A tal fine è importante che esso, così come tutti gli altri operatori minorili, abbia un'adeguata preparazione sull'età evolutiva, in quanto la misura deve continuamente adattarsi ad un soggetto che si trova, per definizione, in un periodo di continuo cambiamento.

La conoscenza dei problemi propri dell'età adolescenziale dovrebbe facilitare la collaborazione tra giudice e servizi, permettendo l'esercizio di un'efficace azione interdisciplinare, come avviene a Firenze, dove l'attuazione della misura è agevolata da un rapporto di scambio costante, di fiducia e stima reciproca. Tuttavia i giudici minorili si lamentano che l'impegno dimostrato nello svolgimento dei rispettivi compiti è continuamente frustrato dalla carenza di risorse disponibili. Solo recentemente c'è stato qualche cambiamento, che ha aperto nuove possibilità di attuazione dell'istituto: il Comune di Firenze ha infatti dato vita, in collaborazione con diversi enti, al c.d. Punto Giovani, che, utilizzando le risorse territoriali, aiuta i ragazzi tra i quattordici ed i ventitrè anni che si trovano in difficoltà.

Il servizio offre agli adolescenti varie opportunità, molte delle quali sono svincolate dalla commissione di un reato. Ad esempio, il Punto Giovani assicura la consulenza di psicologi per risolvere i problemi adolescenziali e cerca di stimolare la comunicazione tra i ragazzi attraverso incontri di gruppo settimanali guidati da persone esperte.

Per aiutare i ragazzi soggetti a provvedimenti penali e quelli reduci da esperienze penali è stato creato il Progetto Ponte (cfr. il documento n. 1 in appendice). Esso prevede che gruppi di volontari aiutino i minori a svolgere attività socialmente utili, che suscitino un qualche interesse in loro, le quali dovrebbero costituire un'occasione di crescita per i ragazzi. In pratica, il Progetto si propone di aiutare i giovani a ricomporre la frattura che si è creata, a causa della commissione del reato, tra loro e la società.

Il programma è svolto in collaborazione dagli operatori dei servizi della Giustizia minorile, dal Comune e dalla Provincia di Firenze, dall'Istituto degli Innocenti e da varie associazioni di volontariato.

Il progetto è nato nel 1995 ed è ancora in fase di sperimentazione. Esso interessa soprattutto i giovani sottoposti alla messa alla prova, che attualmente sono sette. Per ognuno di essi è stato creato un progetto educativo, che tiene conto delle inclinazioni del minore in rapporto alle possibilità offerte dal territorio. Queste ultime sono legate soprattutto alla disponibilità di varie associazioni di volontariato, ma anche il Comune di Firenze ha offerto la possibilità di svolgere alcune attività riguardanti il Verde Pubblico (2). L'educatore TURBATI, che lavora al Punto Giovani, mi ha spiegato che, sebbene in teoria siano gli assistenti sociali, sia del servizio ministeriale che di quelli locali, a decidere quale tipo di attività far svolgere al ragazzo, talvolta, quando si crea un rapporto di fiducia con determinati referenti esterni ai servizi, gli assistenti delegano ad essi la scelta delle attività da far svolgere al ragazzo. Purtroppo le risorse disponibili sono limitate, perché non è facile trovare associazioni idonee e disposte ad accogliere ragazzi che hanno bisogno di essere seguiti con maggior cura degli altri; tuttavia il Punto Giovani riesce a garantire l'attuazione di interventi piuttosto conformi alle inclinazioni degli adolescenti. In tal modo viene loro offerta, spesso per la prima volta nella loro vita, la possibilità di fare scelte diverse da quelle che li hanno portati in tribunale, permettendo loro, nello stesso tempo, di frequentare coetanei.

La dottoressa BARTOLETTI si è mostrata molto soddisfatta dell'azione svolta nell'ambito del Progetto Ponte e dei risultati che, grazie ad esso sono stati fin'ora raggiunti. Prima della sua attuazione, infatti, il tribunale aveva poche possibilità a disposizione e spesso prevedeva che i ragazzi messi alla prova svolgessero attività quali l'assistenza agli anziani o ai disabili. Tuttavia, queste non sempre risultavano attuabili, sia perché erano troppo difficili da svolgere per il minore, sia perché l'aiuto del ragazzo deviante veniva rifiutato a priori dagli stessi assistiti e dai loro parenti.

Il dottor CASCIANO sottolinea l'importanza di mettere i minori devianti accanto a "giovani come loro, che vanno a ballare, tifano per la fiorentina, si divertono e, inoltre, si impegnano in attività utili". Proprio nei casi in cui ciò è stato fatto sono stati raggiunti i risultati più positivi: per esempio, alcuni ragazzi hanno continuato a svolgere attività di volontariato anche dopo la conclusione del periodo di prova. Quest'ultima dev'essere concepita anche come un mezzo per inserire i minori con difficoltà in un ambito comunitario giovanile, diverso da quello per loro usuale, che spesso influisce sulla commissione del reato.


Note

1. A. Rossini, «La presenza dilatata del giudice esperto nel processo penale», in Minori e giustizia, n. 4. 1991, pp. 16-17.

2. Le informazioni sul Punto Giovani e sul Progetto Ponte sono state fornite in parte dalla dottoressa Bartoletti e dall'educatore Turbati; in parte sono tratte dalla relazione, non pubblicata, di B. Lenzini, «Gli enti locali e il problema della devianza minorile», elaborata nell'ambito del corso di sociologia giuridica, tenuto dal professor Danilo Zolo.