L'altro diritto
Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità

Capitolo I
Lo scandalo dei petroli

1. Premessa

Lo "scandalo dei petroli", altrimenti detto "scandalo dei 2000 miliardi" (1), prese piede nell'autunno del 1980, per l'iniziativa di magistrati di Treviso e per l'iniziale inchiesta di un giornale locale di Treviso (2), allorché si parlò di una truffa all'erario per 2.000 miliardi e si sostenne che "il contrabbando di petrolio aveva provocato uno scarto del 20 per cento tra il petrolio effettivamente consumato e le imposte pagate, con conseguenti effetti sui dati statistici sui quali venivano impostati i, peraltro mai realizzati, piani energetici" (3). Cessato il contrabbando nei primi anni ottanta, si segnalò un aumento considerevole dei consumi di benzina e gasolio, in controtendenza con gli altri paesi europei in cui si segnalavano forti contrazioni nel consumo dei prodotti petroliferi per la crisi delle economie occidentali colpite dagli aumenti del prezzo del petrolio. L'incremento della domanda di prodotti petroliferi dipese dal fatto che "le grandi compagnie (...) si erano viste richiedere dal mercato la benzina e il gasolio che prima arrivavano al consumo attraverso le aziende contrabbandiere. Non si trattava, quindi, di un aumento reale, ma di una variazione del consumo legale: il che offrì il pretesto alle compagnie per chiedere aumenti dei prezzi, mentre gli italiani erano costretti a subire pesanti misure restrittive e venivano 'sgridati' perché, diversamente dagli altri paesi, non erano capaci di contrarre i consumi e di seguire l'austerità energetica" (4).

Le indagini, iniziate nel 1978, coinvolsero 18 diverse magistrature, tra cui quella di Torino, di Venezia, di Milano e, come già ricordato, di Treviso. I diversi uffici giudiziari svolsero indagini coordinate, nel tentativo, tutt'altro che agevole, di ricostruire la dinamica dei fatti di contrabbando.

Risultò presto chiaro come questa cosiddetta truffa o scandalo fosse stata possibile "per le disposizioni legislative che la favorirono, per gli stretti legami tra la classe politica e gli uomini d'affari, per la connivenza di alti funzionari e ufficiali preposti ai controlli" (5).

2. I fatti dello scandalo

Consideriamo ora quali furono gli eventi prodromici che portarono alla nascita del procedimento 349/81 del Tribunale di Torino (G.I. Mario Vaudano) contro il "supergruppo Gissi - Galassi - Milani - Musselli - Boatti" che si concluse con la sentenza di primo grado del 30 aprile 1987.

Per fare ciò è necessario un passo indietro, fino al 1976 e al c.d. "rapporto Vitali".

Nel 1976, Aldo Vitali, un colonnello della Guardia di finanza, compila "una nota interna di dieci cartelle" (6) e 186 fogli di allegati. La nota riprende, in gran parte, informazioni che il capitano Antonio Ibba del servizio "I" (servizio segreto interno) del Centro periferico di Padova della Guardia di Finanza dal 1972 al 1975, poi trasferito a Catanzaro, aveva steso qualche settimana prima. Nel rapporto Vitali parla di un grossissimo giro di contrabbando di petrolio, facente capo alla "Costieri Alto Adriatico" di Marghera, protetto da "un alto personaggio politico" (7). Nel verbale, Vitali, oltre a indicare in più punti il nome del petroliere Brunello della "Brunello Lubrificanti", precisa alcune ipotesi su come il contrabbando sarebbe avvenuto. Il 21 febbraio del 1976, il "rapporto Vitali" finisce nelle mani di Pietro Spaccamonti, generale ispettore dell'Italia settentrionale, che subito informa il Comando Generale.

Dal Comando, retto da Raffaele Giudice, Comandante Generale del Corpo, e dal Capo di Stato Maggiore Donato Lo Prete, il 16 marzo 1976 arriva un ordine di trasferimento per Vitali e viene aperta un'inchiesta sul suo conto. Spaccamonti consegna una relazione su Vitali al Comando Generale, nella quale riporta il verbale redatto da Ciccone, capo dell'Ufficio Informazioni di Padova, con cui mette in cattiva luce l'operato di Vitali. Il 4 febbraio del 1981, i giudici di Treviso, da una perizia grafica, scopriranno che il rapporto di Ciccone era stato redatto usando la macchina da scrivere di Giulio Formato. Costui, oltre ad esse buon amico di Ciccone ed ex-ufficiale della Guardia di Finanza, era l'avvocato dei petrolieri coinvolti nello scandalo. Considerato "il cassiere della banda" (8), si occupava dei pagamenti dei finanzieri. Ciò fu valutato come la "prova del nove" (9) delle collusioni tra il Servizio Informazioni della Finanza e i petrolieri dediti al contrabbando.

L'accusa per Vitali è di essere "un militare troppo credulone e quindi poco serio" (10), e di aver esorbitato dalla propria competenza. Giudice indirizza al gen. Spaccamonti, ispettore per il nord Italia, una lettera nella quale ribadisce le critiche mosse a Vitali, che avrebbe commesso un censurabile eccesso di potere, e critica il Comando di Zona di non aver svolto azione di vigilanza e coordinamento su Vitali. Vitali viene mandato alla scuola allievi di Roma e sostituito dal colonnello Izzo, uomo di fiducia di Lo Prete. Nel frattempo arriva a Venezia a comandare il Nucleo Regionale, il colonnello Giovanni Visicchio. Informato della vicenda da Vitali, che la definisce "una brutta gatta da pelare" (11), Visicchio non compie alcun atto significativo. In breve tempo, decide di dimettersi dal Corpo, lasciando l'incarico prima al colonnello Corrado Lo Giudice, poi al colonnello Lino Ausiello. Così come il Izzo, anche Ausiello era uomo di fiducia di Lo Prete.

Nel frattempo, su un'autostrada nei pressi di Venezia, viene fermata un'autobotte piena di gasolio e senza il documento di accompagnamento (12). Subito si risale alla "Brunello Lubrificanti" di cui parlava Vitali nel suo verbale. Vengono eseguite delle verifiche, ma in maniera approssimativa. Le indagini proseguono "stancamente" (13). Si scopre la presenza di un deposito della "Brunello Lubrificanti" a Vicenza. Si scopre anche il legame delittuoso tra la "Costieri Alto Adriatico" e la "Brunello Lubrificanti", ma sembra che nessuno "abbia voglia e interesse a spingere il coltello nella ferita". Ausiello, raccoglie documenti contabili "praticamente illeggibili" (14) e li invia alla magistratura di Treviso. La stampa scrive che egli compie "il suo lavoro, agli occhi dei suoi superiori", e, al contempo, riempie "la magistratura di fumo, la stordisce, le indica un solo dato minimo: un'evasione di appena 10 milioni per la "Brunello Lubrificanti". Roba da ridere. Altro che il grosso giro di contrabbando di petrolio come dice quel credulone di Vitali!" (15)

Il 16 marzo 1976, i Carabinieri di Vimercate arrestano nel piazzale antistante allo stabilimento "Star" di Agrate Brianza due individui, in seguito alle segnalazioni pervenute riguardo a ripetuti incontri sospetti di autovetture in quel punto. I Carabinieri pensano si tratti di spaccio di stupefacenti. Scoprono, invece, che uno dei due individui arrestati, tale Bormida, è in possesso di moduli H ter 16 (16) di cui non è in grado di giustificare l'assenza del relativo prodotto movimentato. Capiscono, quindi, di trovarsi di fronte a una presunta frode fiscale (17). Due giorni dopo, interrogato dai Carabinieri, Bormida dice di trovarsi in uno stato confusionale e di non ricordare con precisione la provenienza e la destinazione dei moduli. Il 19 marzo i Carabinieri inviano un rapporto alla Procura di Monza e informano contestualmente la Guardia di Finanza incaricata dalla procura di fare indagini su Bormida.

La procura di Monza, il 22 marzo 1976, interroga Bormida, il quale ritratta ogni precedente dichiarazione. Neanche quattro giorni dopo, egli fornisce ai giudici una nuova versione dei fatti, quella "definitiva", suggeritagli da un bigliettino ricevuto in carcere tramite un altro detenuto. Lo stesso giorno la Guardia di Finanza di Monza informa il Comando Generale e richiede diversi accertamenti ai nuclei di altre regioni del Nord d'Italia. Le indagini, però, come era accaduto in seguito alla segnalazione di Vitali, portano a nulla di fatto.

Il 18 febbraio 1977, il Pretore di Monza emette sentenza di non luogo a procedere nei confronti dei sospettati di contrabbando. Nonostante la decisione del Pretore di Monza, le indagini continuano. Si scopre che, in particolare, tra le società legate a Bormida, la "Isomar" del petroliere Chiabotti (cui erano destinati i moduli H-ter 16 sequestrati ad Agrate Brianza) è responsabile di un ingente contrabbando di prodotti petroliferi. Gli elementi di prova sono talmente forti e numerosi che il Procuratore di Torino decide di procedere con il rito formale contro Chiabotti per il contrabbando operato attraverso la "Isomar". Viene aperto un procedimento, chiamato "Isomar 1", che si concluderà con la condanna dei principali imputati riconosciuti colpevoli del contrabbando e con la conferma della condanna anche in sede di appello (18).

Da "Isomar 1" risultano i traffici illeciti della "Isomar" verso altre imprese del settore. Per far luce sui rapporti con esse, si apre a Torino un nuovo procedimento, detto "Isomar 2" contro la stessa "Isomar" e altre società come la "Garlate", la "Siplar" e la "Sebrina". "Isomar 2" si conclude nel 1981 con la condanna in primo grado di tutti gli imputati e nel 1984 la Corte d'appello di Torino conferma la sentenza di primo grado (19).

Nel 1978, negli stessi giorni in cui l'Autorità giudiziaria di Torino inizia le indagini sulla "Isomar", si presenta davanti al giudice di Treviso, il petroliere Gianni Savoia. Egli dichiara che "la ditta Brunello è il canale per scoprire il giro di petrolio truffato". La ragione di questa testimonianza è, secondo l'opinione della stampa, che anche Savoia era dedito al contrabbando e "non gli andava giù di essere stato estromesso dal grosso giro" (20). Contemporaneamente, due sottufficiali della Guardia di Finanza denunciano all'Autorità giudiziaria di Treviso un tentativo di corruzione subìto nel corso di una verifica. Bastano pochi accertamenti e la verità salta fuori. All'indirizzo di un deposito di carburanti, che avrebbe dovuto essere il principale punto di rifornimento della "Brunello Lubrificanti", si scopre "che non c'era nulla tranne un prato con l'erba alta un metro" (21). Il 9 settembre 1978, Brunello, proprietario dell'omonima ditta, viene arrestato con l'accusa di contrabbando. L'arrestato chiama in causa "gli alti gradi della guardia di finanza" (22) che avrebbero permesso lo svilupparsi di una rete di contrabbando. Il 5 dicembre viene aperta l'istruttoria preliminare. Il 16 dicembre in nucleo regionale di Polizia Tributaria di Venezia, incaricato delle indagini, invia al Giudice Istruttore di Treviso un rapporto contenente la documentazione delle indagini. Il 29 dicembre il giudice di Treviso emette una comunicazione giudiziaria nei confronti di Ausiello per collusione in contrabbando e interesse privato in atti d'ufficio. In sostanza, si accusava Ausiello di avere informato Brunello di un'imminente verifica sui registri di carico e scarico della "Brunello" da parte dell'Utif. Per impedirlo, Ausiello dispone che la verifica venga effettuata dalla stessa Guardia di Finanza. Per raggiungere questo scopo, Ausiello usa un ingegnoso stratagemma: invia una lettera anonima alla stessa Guardia di Finanza, con la denuncia di un'attività di contrabbando presso la "Brunello". Allo scopo di condurre indagini sul presunto contrabbando, dispone il sequestro dei registri della "Brunello", evitando la verifica dell'Utif. Dalla documentazione della "Brunello" risultava una fornitura di prodotti petroliferi provenienti dalla "Veneta Idrocarburi" di Vicenza. Della verifica di quest'ultima viene delegata il Nucleo della Guardia di Finanza di Vicenza, il cui comandante è il capitano Bove, implicato nella stessa attività di contrabbando, che ritarda gli accertamenti. Vengono inviati due sottufficiali della Guardia di Finanza (23) che procedono alla verifica presso la "Veneta Idrocarburi". Rilevate irregolarità nella gestione, avviene un tentativo di corruzione da parte dei responsabili della società. Denunciano il fatto al capitano Grassi, sostituto di Bove, partito per le ferie. Grassi invia un rapporto preliminare alla magistratura di Vicenza.

Il magistrato di Treviso, Felice Napoletano, comincia a lavorare alacremente al caso. Convoca Visicchio e il generale Palandri (Comandante di Zona del Veneto) della Guardia di Finanza, i quali affermano che "al comando c'e', in un cassetto, tutto impolverato, un certo "rapporto Vitali" (24). Viene interrogato Vitali, il quale conferma ogni cosa. Si comincia la verifica di quanto descritto nelle pagine del rapporto.

Siamo nel dicembre del 1978. Raffaele Giudice cessa di essere comandante della Guardia di finanza, andando in pensione; Donato Lo Prete diventa Comandante di zona del Corpo.

Dalle indagini compiute durante l'istruttoria di "Isomar 2" risultano svariati pagamenti da parte dei petrolieri coinvolti ai vertici della Guardia di Finanza e dello Stato Maggiore. Il 6 ottobre 1980 il Tribunale di Torino dispone che le ipotesi di collusione vengano separate da "Isomar 2", dando vita a un diverso procedimento (Proc. 906/80, detto "Giudice 1") che si conclude con la sentenza del Tribunale di Torino del 23 dicembre 1981, poi confermata in appello, con cui viene riconosciuta la responsabilità penale, tra gli altri, di Raffaele Giudice e Donato Lo Prete.

Da "Giudice 1" emergono nuovi elementi. I magistrati di Vicenza, Lecco e Busto Arsizio danno vita ad autonomi tronconi di indagine, basandosi sulle risultanza di "Isomar 1", "Isomar 2" e "Giudice 1". I giudici di Treviso cominciarono un'accurata indagine sul deposito della "Costieri Alto Adriatico" di Marghera di Bruno Musselli. Si scopre gradualmente il meccanismo della truffa. Brunello confessa il contrabbando, affermando che "il greggio lo prendevano dalla Costieri Alto Adriatico". Viene spiccato un ordine di cattura per Musselli che risulta essere irreperibile.

La stampa del tempo così descrive il clima delle indagini:

"Difficoltà, tentativi di insabbiamento, magistrati che non si danno da fare; una pioggia di lettere e di documenti anonimi si abbatte sui giudici di mezza Italia; (...)di manovre per sviare, insabbiare, bloccare, svuotare l'inchiesta giudiziaria sullo scandalo dei petroli per anni ne sono state tentate decine. Dalle più appariscenti (trasferimenti degli uomini che indagavano) alle più sotterranee. E perfide. Come una pioggia di memoriali, denunce, lettere tutte anonime che tra la fine del 1979 e l'inizio del 1980 si è abbattuta sui tavoli di giudici di mezza Italia, del Consiglio Superiore della Magistratura, di ministri e segretari di partiti. Motivo ricorrente nei documenti, la difesa a spada tratta soprattutto dei generali Giudice e Lo Prete. I generali invece, quelli "avversari", secondo il classico copione delle faide, venivano coperti di insulti (da "cani" a "pazzi ruspanti"e così via) e accuse a più non posso. Tutte anonime, ma esplicite. I generali indicati come "persecutori del tandem Giudice-Lo Prete", per esempio, erano subito additati quali "percettori di bustarelle all'estero", con tanto di conto (200 mila dollari versati su conto Ubs di Ginevra denominato "Caraibi"), in cambio di controlli addomesticati su particolari società petrolifere" (25).

Ciò nonostante, alla fine del 1979, vengono emesse comunicazioni giudiziarie clamorose nei confronti di Lo Prete e Giudice, da parte del giudice Napolitano di Treviso, per interesse privato e favoreggiamento. Si scoprono i rapporti d'affari esistenti tra Lo Prete e Musselli (26).

Le Procure di Treviso e di Torino continuano ad indagare sugli affari della "Siplar" di Salvatore Galassi e Vincenzo Gissi, "legati a doppio filo" al faccendiere Mario Milani e alla "Costieri Alto Adriatico" di cui Milani risulta essere amministratore.

Il 17 ottobre 1980 viene arrestato Mario Milani dai militari della Guardia di Finanza di Venezia, su ordine della procura di Treviso (27). Insieme a lui vengono incarcerati numerosi dipendenti e autisti della "Costieri Alto Adriatico" e della "Siplar". Contestualmente, viene spiccato un nuovo ordine di cattura nei confronti di Bruno Musselli, il quale risulta essere latitante in Svizzera.

Si scopre che molta "gente importante è iscritta sul libro paga di Musselli" (28), titolare della "SOFIMI" finanziaria del "gruppo Musselli" che controlla almeno trenta società disparate, dal settore petrolifero a quello immobiliare, metalmeccanico e tessile; tra queste la "Bitumoil", la raffineria che riforniva il giro del petrolio di contrabbando. Viene accertato come, solo pochi mesi dopo l'entrata in funzione della Bitumoil, nel settembre del 1976, nasce la "SOFIMI", con capitale versato di un milione, che nel giro di pochi mesi salirà a quota quattro miliardi, la cui provenienza "interessa molto la magistratura" (29). Risulta inoltre che Musselli divenne, negli anni settanta, console del Cile e, di conseguenza ottenne il passaporto diplomatico. Ciò gli permise di lasciare più volte l'Italia e farvi ritorno eludendo ogni tipo di controllo su ciò che trasportava con sé. Venne inoltre insignito del titolo di "cavaliere del lavoro" dall'allora Presidente della Repubblica Leone, a testimonianza del potere esercitato dal petroliere e degli ottimi rapporti da questi mantenuti con vari esponenti politici della maggioranza parlamentare, in particolare appartenenti alla Democrazia Cristiana di Aldo Moro. Dalle indagini sui documenti bancari sequestrati dalla Guardia di Finanza, risultò che Musselli finanziò a più riprese il partito democristiano, versando assegni di decine di milioni a Sereno Freato, allora capo della segreteria dell'on. Moro e presidente della fondazione intitolata al leader democristiano dopo il suo assassinio. Musselli compare nel direttivo della fondazione e ne risulta essere il maggiore finanziatore. Freato si difende, sostenendo che buona parte dei soldi ricevuti da Musselli erano, in realtà, destinati all'acquisto di mangime per i cavalli di Musselli, custoditi e allevati nelle tenute toscane dello stesso Freato (30).

Freato non è però l'unico della corrente di Moro ad essere nel libro paga di Musselli. Compare anche il nome di Liliana Fantasia, segretaria personale di Moro, prima, di Freato, successivamente, e sorella di Domenico Fantasia, che, dopo la morte di Moro, passerà al seguito di Donnat Cattin e sarà sistemato come vicedirettore generale della "Assitalia". Ed è proprio Donnat Cattin ministro dell'Industria, nel periodo in cui avvenne il collaudo truccato della "Bitumoil". La presenza di un politico vicino a Musselli, per i motivi appena esposti, servì, secondo la stampa, come "copertura del contrabbando" (31).

Ma Musselli sembra non avere solo buoni rapporti con esponenti democristiani. Altri dati raccolti nelle indagini testimoniano una sua vicinanza anche ad ambienti socialisti. Risulta infatti che il vicesegretario della federazione socialista di Milano, Tommaso Pesce, figurò nel consiglio di amministrazione della "SOFIMI" per un breve periodo. Oltre a ciò, risultano essere stati versati da Musselli assegni per svariate decine di milioni ai socialisti Di Vagno e Magnani Noya. Entrambi confermano di avere ricevuto dei soldi, ma si giustificano dicendo che si trattava del compenso per un'attività professionale prestata a Musselli.

Viene scoperto il contrabbando posto in essere presso la "ICIP" di Mantova, di cui risulta essere socio lo stesso Musselli. Si scopre come, nello stesso periodo della "fulminea ascesa" (32) di Musselli, sorsero, in tutto il Nord di Italia, depositi "SIF" distanti dalle grandi raffinerie e dai depositi costieri, "dove cioè era più facile sfuggire ai controlli" (33). Musselli risultò essere anche socio della "Costieri Alto Adriatico", oggetto di indagine da parte dei giudici di Treviso e collegata da un oleodotto alla "ICIP".

Appare ormai chiaro che Musselli controlla una vera e propria organizzazione finalizzata al contrabbando dei prodotti petroliferi, che opera in tutto il Nord d'Italia e che vede coinvolta la maggioranza delle piccole e medie imprese del settore.

Alla fine dell'ottobre del 1980, le indagini sulla "Costieri Alto Adriatico" condotte dal giudice di Treviso, passano, per competenza territoriale, alla procura di Venezia. Nonostante una diversa e più lenta metodologia di indagine, il procuratore generale della Repubblica di Venezia Ennio Fortuna, emette un nuovo ordine di cattura nei confronti di Milani, già incarcerato su disposizione del giudice di Treviso. Contestualmente spicca altri 17 ordini di cattura nei confronti di imprenditori ed ex ufficiali della Guardia di Finanza, tra cui Vincenzo Gissi e Salvatore Galassi. Tutto ciò avviene sempre in relazione ai rapporti di contrabbando scoperti tra la "Costieri Alto Adriatico" e la "Brunello Lubrificanti" della famiglia Brunello.

Si scopre che Gissi risulta essere amministratore di fatto della "Garlate Petroli", rimpiazzata, dopo la scoperta del contrabbando verso la "Costieri Alto Adriatico", dalla "Siplar" di Galassi. Viene individuata quest'ultima come nodo nevralgico di tutto il contrabbando operato da Gissi e Galassi. Si scopre che, accanto a Galassi, nella compagine sociale, figura tale Aldea Sottovia, più nota come la moglie di Mario Milani. Riconosciuti i rapporti esistenti tra Milani, Gissi e Galassi, si scopre che dietro alla "Costieri Alto Adriatico", gestita da Milani, figura anche Musselli. Dalla procura di Torino arrivano informazioni inequivocabili sui rapporti di copertura esistenti tra Musselli e Giudice. Si scopre inoltre che Galassi fu alle dipendenze di Lo Prete nel periodo in cui quest'ultimo era a capo dell' "Ufficio I", sezione dei Servizi Segreti della Guardia di Finanza. Appaiono, di conseguenza, ormai chiari i rapporti esistenti tra i maggiori imputati. Il giudice di Venezia comincia a sospettare della presenza di Gissi, quale terzo socio, oltre a Milani e Musselli, nella "Costieri Alto Adriatico" (34), circostanza poi ampiamente verificata.

Si tenta di ostacolare l'opera della Procura di Torino e di Venezia attraverso le istanze di ricusazione presentate dai difensori di Gissi e Lo Prete che, in attesa del rigetto da parte delle rispettive Corti d'appello, ebbero l'effetto di sospendere l'attività istruttoria, ridotta al compimento dei soli atti urgenti.

In secondo luogo, dal dicembre del 1979 a tutta l'estate del 1980, nei mesi in cui le istruttorie in corso a Treviso e a Torino rendevano palesi dimensioni e coperture del contrabbando petrolifero, il Capo dello Stato, il C.S.M., diversi ministri, la Corte di cassazione, le procure della Repubblica di altri centri del nord d'Italia e di Roma, vennero letteralmente sommersi di esposti anonimi "tesi a costruire una sorta di "controprocesso" a quello in atto" (35). In questi anonimi, si minimizzava l'entità del contrabbando, si escludeva l'esistenza di coperture da parte dei vertici della Guardia di Finanza, si formulavano accuse di sovversivismo politico o, addirittura, di gravi reati nei confronti dei giudici procedenti, si accusava la parte della Guardia di Finanza non compromessa con il contrabbando e impegnata nelle indagini, di agire per ambizioni personali e fini di carriera e di avere a sua volta commesso gravi irregolarità. A questi rilievi, si aggiungeva l'attività di controllo esercitata dal Servizio Segreto della Guardia di Finanza, che "invece di sorvegliare i petrolieri implicati nello scandalo, avrebbe controllato i magistrati e altri inquirenti scomodi" (36).

La Procura Generale di Venezia, seguita da altri uffici, trasmise gli atti alla Corte di cassazione, con richiesta di designare l'autorità giudiziaria competente per il processo, potendosi ipotizzare responsabilità a carico di magistrati operanti nel distretto. Venne designata la magistratura di Modena. Il tentativo di "controprocesso" non ebbe successo. I procedimenti in atto a Torino e Treviso non si arrestarono e il Giudice Istruttore di Modena, prosciolti da ogni accusa i magistrati indicati negli esposti, iniziò un procedimento per calunnia a carico di ignoti.

Le pagine di politica dei giornali della fine del 1980 si riempiono di dichiarazioni di leader politici che difendono i propri partiti. Di parlamentari chiamati in causa dalle matrici degli assegni del "grande elemosiniere" Musselli che si difendono, dichiarandosi vittime di complotti. Così Sereno Freato, vistosi come il principale destinatario del denaro pagato dai petrolieri, di fronte alle sempre più pressanti accuse provenienti dall'opinione pubblica, si difende dicendo che, pur non essendoci un chiaro disegno politico finalizzato ad eliminarlo, "l'organismo che è stato colpito in prima persona sta cercando di spostare l'obbiettivo" (37), riferendosi al tentativo in corso, da parte della Guardia di Finanza, di spostare l'attenzione delle indagini da sè, verso altri obbiettivi.

All'inizio di novembre del 1980, il Ministro dell'Interno, Reviglio, nomina una Commissione parlamentare formata da "autorevoli membri" (38) estranei all'amministrazione finanziaria, con lo scopo di valutare i comportamenti tenuti nella vicenda dai funzionari a tutti i livelli amministrativi, ivi compreso l'operato della Guardia di Finanza. Non si tratta però della Commissione parlamentare Inquirente, nota col nome di "tribunale dei ministri", la cui funzione sarebbe stata quella di dare una svolta politica alla soluzione dello scandalo. La soluzione scelta da Reviglio sembra voler mettere 'in sordina' l'individuazione delle responsabilità politiche nello scandalo. A questo proposito, Reviglio dice prudentemente che "le corruttele, sia pure estese, verificatesi, rappresentano casi isolati, circoscritti e bloccati" (39).

Pochi giorni dopo, Reviglio decide di rendere pubblico il contenuto del "rapporto Vitali", consegnandone copia a ciascuno dei parlamentari. Subito si fanno sentire le accuse provenienti dalle opposizioni, di aver voluto per anni "mettere il bavaglio" (40) alla stampa, coprendo con il segreto istruttorio il contenuto del verbale, nel tentativo di nascondere le responsabilità di "uomini politici in qualche modo coinvolti nella vicenda" (41).

2.1 La vicenda Pecorelli

Nello stesso mese di novembre del 1980, i giudici tornano a far luce sulle vicende della "Costieri Alto Adriatico". Si individuano, con maggiore precisione, i soci palesi e occulti della società, e i traffici di cui essa, punto nevralgico del contrabbando, si è resa protagonista.

Le indagini, tuttavia, continuano in un clima sempre più acceso e ostile. La stessa Commissione parlamentare, costituita da Reviglio, viene ostacolata dal suo stesso presidente, il democristiano Segnana, che consegna al vaglio di essa tre dossier contenenti i risultati di verifiche effettuate dalla Guardia di Finanza sulle società coinvolte nello scandalo, con ben sette mesi di ritardo. Alle accuse di aver tentato di insabbiare l'indagine parlamentare, Segnana risponde adducendo confusi problemi burocratici che avrebbero fatto dimenticare quei dossier in qualche cassetto (42).

Nell'ottobre del 1980, "L'Espresso" pubblica un folto dossier che ricostruisce le vicende dello scandalo dei petroli fino ad allora accertate. Domenico Sica, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, nel mese di novembre, firma un ordine di perquisizione della redazione de "L'Espresso", con la generica motivazione di trovare "documenti in originali o in copie relativi alle indagini comunque esperite sul conto di appartenenti al corpo della Guardia di Finanza" (43). Non solo viene perquisita la redazione, ma Sica ordina anche la perquisizione delle abitazioni dei giornalisti Calderoni e Modoli, autori del dossier. Questo fatto, che alla luce degli avvenimenti degli anni successivi appare di estrema gravità e palesemente finalizzato ad ostacolare la libera informazione dell'opinione pubblica, viene riportato dai quotidiani come una notizia di secondaria importanza (44).

In questo periodo, cominciano a circolare voci su un coinvolgimento tra il giornale "OP" di Mino Pecorelli e lo scandalo dei petroli. Il giornalista, assassinato il 20 marzo 1979, in circostanze mai accertate, aveva già denunciato fin dal 1978, in concomitanza con l'inizio delle indagini della Procura di Torino sulla "Isomar" di Chiabotti, l'esistenza di una movimentazione clandestina di prodotti petroliferi (45). E proprio nel momento in cui si preparava a sferrare un attacco contro certi politici di cui pareva conoscere il coinvolgimento nelle trame dello scandalo, avendo già preparato una copertina per "OP" dedicata ad Andreotti, cambiò repentinamente atteggiamento. Lo si vide andare a cena con Vitalone, uomo della corrente andreottiana, e con Lo Prete. Della "raffica di notizie" (46) minacciate dal giornalista non vi fu più traccia. Pochi giorni dopo venne ucciso in un agguato.

Un altro interrogativo riguarda l'anomala assenza in OP di ogni riferimento a Bisaglia. Il ministro dell'Industria negli anni della vicenda viene sistematicamente ignorato. Alla fine del mese di novembre del 1980, la sorella del giornalista consegna ai magistrati una lettera in cui Pecorelli individua il finanziamento della rivista da parte di Bisaglia. Questa notizia crea un clima crescente di sospetto che si conclude con le dimissioni da Ministro di Bisaglia alla fine del 1980, l'unico politico che paga in qualche modo la sua partecipazione allo scandalo.

2.2 L'esito delle indagini

All'inizio di dicembre del 1980, i magistrati di Torino scoprono il coinvolgimento della società "SIPCA" di Bruino (TO), proprietà di Musselli. Insieme a quest'ultimo scattano le manette per molti degli imprenditori che si rifornivano di petrolio proprio dalla "SIPCA", ufficialmente destinandolo ad usi industriali esentasse, ma ufficiosamente facendolo ritornare in commercio sotto forma di benzina (47). I giudici di Lecco aprono un nuovo filone d'inchiesta, individuando nelle società petrolifere lecchesi il punto di passaggio obbligato di tutti i prodotti petroliferi clandestinamente movimentati sull'asse Venezia-Milano-Torino. Una prima stima dei prodotti contrabbandati parla di ben centoventi milioni di chili. Responsabili del contrabbando in territorio lecchese risultano essere Gissi e Galassi con la "Siplar" di Airuno e la "Garlate" di Merate, con la collaborazione di Musselli e di Milani. (48)

Il 18 dicembre 1980 viene arrestato a Roma, Giuseppe Giudice, figlio di Raffaele (49). Raffaele Giudice, divenuto Generale del Corpo della Guardia di Finanza, aveva sfruttato la sua posizione e le conoscenze nel tentativo di "dare un avvenire" (50) ai figli Francesco e Giuseppe; il primo venne impiegato nella Banca Nazionale del Lavoro, garantendogli un futuro come manager all'IRI, il secondo venne iniziato alla carriera di petroliere.

Fatta luce sulle coperture a livello dei vertici della Guardia di Finanza, alla fine del 1980 si comincia ad indagare sull'eventuale coinvolgimento nella vicenda della Direzione Generale delle Dogane, che coordina l'attività degli Utif su tutto il territorio nazionale. I sospetti vengono focalizzati su Ernesto del Gizzo e Guido Tommasone (51), Direttori Generali durante gli anni del contrabbando. L'accusa riguarda le coperture garantite ai petrolieri, attraverso, in particolare, la designazione di personaggi di fiducia dei contrabbandieri nei posti chiave, per assicurare la prosecuzione dell'attività illecita.

Nel marzo del 1981, i giornali parlano dei finanziamenti di Gissi a personaggi politici del Psi, Psdi, e DC (52).

Il 26 dello stesso mese, viene sentito dai giudici di Torino l'on. Andreotti (53) sulla nomina di Raffaele Giudice a Comandante Generale della Guardia di Finanza. Cominciano a delinearsi i contorni della vicenda che portò a tale nomina, avvenuta nel 1974.

Andreotti, Ministro della Difesa al tempo della nomina, e Tanassi, Ministro delle Finanze, erano responsabili della scelta di chi doveva ricoprire la carica di vertice nella Guardia di Finanza, sentito il parere dei Capi di Stato Maggiore della Difesa e dell'Esercito. Il nome di Giudice non venne loro indicato dal Comandante generale uscente, ma venne scelto in base ad asseriti criteri tecnici, ritenuti oggettivamente infondati dal Tribunale di Torino nella sentenza del 23/12/1982.

La designazione fu una sorpresa per tutti all'interno della Guardia di Finanza e fu attribuita ad appoggi politici ben localizzati. Risulta (54) poi che cospicue somme di danaro provenienti dai conti di petrolieri, dopo essere passate dalle mani di Musselli, venivano destinate ai partiti politici, con lo scopo di favorire la nomina del Gen. Giudice. Secondo l'opinione del Tribunale di Torino la nomina di Giudice ebbe come finalità quella di fornire una copertura di vertice al contrabbando petrolifero (55).

Il 24 giugno 1981, l'Autorità giudiziaria di Venezia trasmette gli atti per competenza al Tribunale di Torino. Il Giudice Istruttore di Torino, Mario Vaudano, in base alle risultanze degli accertamenti condotti dai magistrati di Treviso e di Venezia, apre un procedimento (proc. 349/81) nei confronti di Mario Milani e altri 184 imputati. I tronconi di indagine delle magistrature di Vicenza, Lecco e Busto Arsizio, vengono riuniti nello stesso procedimento 349/81 contro il "supergruppo Gissi - Galassi - Milani - Musselli - Boatti" (56).

Raffaele Giudice viene condannato in primo grado il 23 dicembre 1982 dal Tribunale di Torino a "7 anni di reclusione per associazione a delinquere, contrabbando, corruzione, collusione con privati al fine di frodare la Finanza (57)". Nella stessa sentenza vengono condannati quali corruttori Musselli e i Chiabotti (58).

Nella primavera dell'83, vengono, arrestati in Spagna, su istanza del Giudice Istruttore Vaudano, Lo Prete e Musselli, latitanti dall'inizio dell'inchiesta. Nello stesso periodo Vaudano dispone l'arresto di Sereno Freato.

Nell'agosto del 1985, con la richiesta di rinvio a giudizio del procedimento 349/81, i giudici di Torino delineano un quadro del contrabbando, dove i petrolieri, la Guardia di Finanza e i politici hanno ruoli ben precisi. I petrolieri organizzano e realizzano il contrabbando; secondo il G.I. Vaudano, "tra il 1975 e il 1979, l'evasione all'imposta di fabbricazione sui prodotti petroliferi è stata in varia misura a seconda delle possibilità dei singoli, sistematica" (59). La Guardia di Finanza ha il compito di coprire i petrolieri in questa loro attività clandestina. "Dal 1975 al 1979 il 'gruppo' composto da Gissi - Galassi, da Musselli, da Milani e, via via, da Boatti, Mancini, Mottola, Rivelli... potè contare sulla presenza di ufficiali colludenti o compiacenti nei comandi e nei reparti più importanti ai fini del controllo sulle attività delle proprie aziende" (60). "Ai politici resta il compito di garantire la nomina degli uomini giusti al posto giusto" (61). Gli stessi giudici individuano come "registi" del contrabbando insieme a Musselli, Giudice, Lo Prete, e Gissi (62). Sereno Freato, non viene più solo descritto quale percettore di denaro del "grande elemosiniere" Musselli, ma anche come parte attiva del contrabbando, in quanto socio della "SOFIMI" di Musselli (63).

2.3 Le condanne

Il 30 aprile 1987, il Tribunale di Torino chiude il procedimento 341/81 contro il "supegruppo", condannando, in primo grado, gran parte dei petrolieri e dei membri della Guardia di Finanza indagati, ma negando la qualità di "registi" agli uomini politici coinvolti. Tra gli imputati di maggior rilievo, vengono condannati Giudice, Lo Prete, Musselli, Morelli, Gissi, Galassi, Formato e Milani. Vengono, invece, assolti Freato (riconosciuto colpevole di frode per l'attività della "Sipca", ma il reato è caduto in prescrizione), Mantovani, Bruno Palmiotti e Rolando Picchioni (uomini legati all'ex Ministro Tanassi). La sentenza di appello del 17 luglio 1989 riduce le pene per Lo Prete e Musselli (assolto dall'accusa di corruzione). Freato viene assolto con formula piena anche per il reato di truffa. Le posizioni di Giudice e Gissi vengono stralciate.

I giudici affermano, nella motivazione della sentenza di primo grado che "il contrabbando ci fu, ma le cosiddette "protezioni politiche" non sono state provate" (64). "Che la ragnatela di complicità fosse ben più ampia lo rivela un passaggio del documento (la motivazione della sentenza, n.d.r.): quello in cui si accenna al denaro che Musselli e altri petrolieri consegnarono a un dirigente Agip per aggiudicarsi 90.000 tonnellate di gasolio in pieno periodo di crisi energetica, da rivendere ad un prezzo maggiorato. Tangenti di cui non si sono trovate tracce, ma che sarebbero finite -seguendo il ragionamento dei giudici - nelle mani di personaggi vicini alla DC, al PSI, al PSDI. Ma come condannare senza prove certe?" (65).

Riportiamo, a questo proposito, un commento di Giorgio Galli, tratto da un'accurata analisi, da lui compiuta, sui cambiamenti avvenuti in Italia negli anni dello scandalo:

"A questo punto, ovviamente non volendo criminalizzare alcuno, (...) è forse configurabile questa ipotesi: se il ruolo dominante e determinante di un gruppo sociale si misura dalla capacità di controllo di un sistema e di una situazione tale da consentirgli di superare crisi che travolgono altri vertici (dai generali, agli alti magistrati, ai grandi finanzieri) quello che accadde in Italia nel 1977-1982 ci dice che questo gruppo dominante e determinante in Italia è il ceto politico di governo. Qui è la cuspide della piramide. Se altrove si dice che i governi passano, ma la polizia resta, in Italia si può dire che i falsi burattinai passano, ma i veri burattinai restano".

3. I protagonisti

3.1 Bruno Musselli

Abile imprenditore, di buona estrazione sociale diversifica la sua attività in diversi settori economici. Diviene presidente della "Pagib Coca-Cola", consigliere della "Innocenti Sant'Eustachio" e della "Eurobox", produttrice di "tappi metallici e barattoli" (66). La "Eurobox", con un fatturato di quasi 13 miliardi nel 1979, acquistò la "Macchine Impianti Elettrici" che apparteneva alla società fantasma "Jagona Anstalt", la quale era stata socia nel periodo tra il 1972 e il 1976 dell'azienda "Castagnoli", una delle tre società che amministravano le proprietà di Sereno Freato (circa tre mila ettari di vigneti) nel Chianti.

I rapporti con Freato non si limitano alla "Eurobox". Musselli fu anche socio con lo stesso Freato fin dal 1963 nella "Nuove Confezioni Sportive" di Camisano Vicentino.

Nel settore petrolifero, fonda la "Bitumoil" nel 1957. Negli anni Sessanta, entra anche nel direttivo dell'Unione petrolifera italiana.

Dalla stampa si apprende come i saldi legami tra Freato e Musselli si instaurano quando la "Bitumoil" comincia a fornire, nei primi anni Sessanta, olio combustibile alle centrali dell'Enel e Freato siede nel consiglio di amministrazione dell'Enel. Il sodalizio tra "Bitumoil" ed Enel è l'unico momento in cui Musselli instaura un rapporto con imprese dello Stato, senza peraltro assumere incarichi di gestione delle risorse pubbliche.

L'amicizia tra Musselli e Freato si consolida nella comune frequentazione dell'on.Moro. Durante il sequestro del leader democristiano Musselli si dice disponibile a "contribuire con vari miliardi all'eventuale pagamento di un riscatto" (67). Da intercettazioni telefoniche effettuate su ordine dell'autorità giudiziaria risulta che, sempre durante il sequestro di Moro, si instaura "un filo diretto" (68) con il segretario del PSI, Bettino Craxi, del quale "condivideva gli sforzi a favore di una 'iniziativa umanitaria'" (69) finalizzata ad ottenere la liberazione di Moro. A testimonianza della solidarietà di Musselli e Craxi risulta che il petroliere regala al segretario del PSI un'auto blindata. Successivamente alla morte di Moro, Musselli risulta tra i consiglieri della "Fondazione Moro" e tra i suoi maggiori sovventori.

Apre in Puglia, a Ostumi, una società di valorizzazione turistica, insieme ai noti esponenti del PSI, Rino Formica e Tommaso Pesce.

Viene nominato "Cavaliere del Lavoro", su disposizione del Presidente della Repubblica Leone (il suo nome venne indicato dal Ministro Donat Cattin) e console generale del Cile, prima e dopo il golpe di Pinochet (70).

Tutto ciò a riprova della capacità di Musselli di instaurare proficui rapporti con più parti politiche, a seconda delle esigenze del momento. Egli dice "io non ho una bandiera politica. (...) Comunque ho avuto ancora la fortuna di avere amicizie politiche in tutti i settori, ma non per questioni ideologiche. (...) Lo faccio perché nel mio mestiere è meglio avere amici che nemici" (71)

Viene condannato con la sentenza del 30 aprile 1987 del Tribunale di Torino, in primo grado, a 7 anni e 300 milioni di multa. La sentenza della Corte d'appello di Torino del 17 luglio 1989, conferma la condanna per i reati di contrabbando, ma lo assolve per insufficienza di prove dall'accusa di corruzione.

3.2 Mario Milani

Considerato, insieme a Musselli, uno degli ideatori della truffa dei petroli. Comincia la sua carriera come "venditore di statuine di gesso e di taniche di benzolo" (72) a Rovigo. La sua ascesa è folgorante. Si trasferisce in Sardegna dove comincia a vendere carburante e a commerciare in oli lubrificanti.

Nel 1974, torna a Rovigo notevolmente arricchito e con molte amicizie potenti. Acquista, a Marghera, la "Costieri Alto Adriatico", uno dei depositi costieri di greggio e prodotti petroliferi finiti più grandi d'Italia. Le cronache parlano del pagamento, per l'acquisto del deposito, di una cifra vicina ai sei miliardi di lire.

Tra le tante amicizie, Milani riceve soprattutto, nei suoi uffici di Rovigo, gli ex-ufficiali della guardia di Finanza, Gissi e Galassi, suoi soci in parecchi affari.

È nel 1978 "l'anno di grazia per Milani". La stampa del tempo descrive così il suo stile di vita:

"Jet personale, villa ad Albarella, palazzi nel centro di Rovigo, Ferrari e Mercedes per gli spostamenti in città, una scuderia di cavalli da corsa, appartamenti sull'altipiano di Asiago, impianti sciistici di risalita, una quota della concessionaria Alfa Romeo a Rovigo... Naturalmente il petrolio e tanti denari all'estero. Recentemente per i suoi week-end estivi aveva comprato un intero castello nella zona di Aberdeen, in Scozia" (73).

Non risultano particolari legami di Milani con esponenti del mondo politico.

Viene condannato con la sentenza del 30 aprile 1987 del Tribunale di Torino, in primo grado, a 8 anni e 300 milioni di multa. La sentenza della Corte d'appello di Torino del 17 luglio 1989, conferma la condanna.

3.3 Raffaele Giudice

Il Gen. Giudice, proveniente dall'esercito, prende possesso del Comando Generale della Guardia di Finanza il primo agosto 1974 e resta in carica fino al 1978. La sua nomina ai vertici delle fiamme gialle desta molto stupore all'interno del corpo e viene attribuita alle sue amicizie politiche. Tra i suoi referenti politici ci sono l'on. Andreotti, l'on. Salvo Lima, fedelissimo di questi e siciliano come lui, l'on. Gioia. Numerose testimonianze parlano di "collette" tra i petrolieri per patrocinare la sua nomina a Comandante Generale (74). Il suo nome risulta negli elenchi degli iscritti alla loggia P2, sequestrati dalla magistratura a Castiglion Fibocchi il 21 marzo 1981, dove risulta anche un versamento di lire 500.000. L'iscrizione, secondo l'ammissione di Giudice stesso, avviene nel 1977, per compiacere alle richieste del suo segretario Trisolini e di Licio Gelli, industriale tessile aretino e Gran Maestro della Loggia. I magistrati ritengono però che i contatti con Gelli risalgano alla prima metà degli anni settanta (75). Viene arrestato nell'ottobre del 1980 con l'accusa di associazione a delinquere, corruzione, collusione con privati per frodare l'erario. Al di là delle formule giuridiche, per i magistrati inquirenti è uno dei padrini dello scandalo, assieme al suo Capo di Stato Maggiore, Donato Lo Prete, e al petroliere Musselli e a Sereno Freato. I suoi rapporti con Musselli risalgono al maggio del 1975, anche se Giudice afferma di averlo conosciuto soltanto nel 1977, a casa di Lo Prete, in quanto il petroliere e cavaliere del lavoro era molto legato all'on. Moro e Giudice voleva incontrarlo "perché avevo bisogno del suo aiuto (...) Avevo preparato un libro giallo sulla Guardia di Finanza. Proponevo di ampliare e riformare il corpo per renderlo più efficiente contro le evasioni. (...) solo Moro poteva aiutarmi." (76) Nei suoi confronti è stato riscontrato un ingente accumulo di ricchezze (dell'ordine di centinaia di milioni) durante il periodo del suo comando (di fronte ad emolumenti annui di circa 30 milioni) in numerosi conti bancari, anche esteri, e in beni immobili (77). Occorre rilevare l'analogia tra l'accumulazione di Giudice e quella dei suoi più stretti collaboratori, Lo Prete e Trisolini, analogia resa ancora più stretta "con riferimento all'entità delle possidenze bancarie, alla contiguità numerica (oltre che alla presenza nella stessa banca) dei loro conti correnti, all'analogia dei modi di versamento, alla provenienza del denaro tramite sottufficiali della segreteria del comando, alla corrispondenza degli investimenti delle somme in titoli, alla comune tenuta dei libretti al portatore, tutti egualmente intestati a nomi di fantasia" (78).

Nella vicenda risulteranno implicati anche il figlio Giuseppe, socio del petroliere Morelli, e la moglie Giuseppina Galluzzo, accusata di aver portato ingenti somme di danaro in Svizzera.

Viene condannato con la sentenza del 30 aprile 1987 del Tribunale di Torino, in primo grado, a 3 anni e 10 mesi e 30 milioni di multa. Nella sentenza della Corte d'appello di Torino del 17 luglio 1989, la sua posizione è stata stralciata.

3.4 Donato Lo Prete

Donato Lo Prete è stato a capo del servizio informazioni della Guardia di Finanza dal 28/10/68 al 10/8/72. Nel servizio informazioni transitano, in vari periodi, numerosi ufficiali e sottufficiali legati a Lo Prete e Giudice, che risulteranno essere personaggi importanti nella vicenda petroli. Tra essi ricordiamo Vincenzo Gissi, Giulio Formato, Salvatore Galassi, Arturo Billi.

Molti di questi sono stati assegnati da Lo Prete ad importanti funzioni nell'ambito di questo servizio (in particolare nei centri occulti di Bologna, Milano, Como). Tra il 1972 e il 1975 assume il comando del Nucleo Centrale di Polizia Tributaria. Lo Prete assume la carica di Capo di Stato Maggiore il 25/1/75, dopo che nell'agosto del 1974 il Gen. Giudice aveva esonerato dall'incarico il Gen. Dall'Isola, adducendo motivazioni legate alla prassi che vedeva il Comandante generale del corpo autorizzato a scegliersi il capo di stato maggiore.

Considerato "di provata fede andreottiana" (79), è stato uno dei centri fondamentali di protezione del contrabbando; la sua attività deviante non era legata solo alle ingenti somme e ai sontuosi regali ricevuti in cambio della sua attività di copertura, ma anche all'essere socio di Musselli e Gissi in un'azienda petrolifera, la "Bitumoil Distributors". Nel 1978 lascia il posto di Capo di Stato Maggiore per andare a comandare la Legione lombarda.

Viene inquisito dalla Procura di Treviso sin dal 1979 e si rende presto latitante. Viene arrestato in Spagna nel 1982.

Anche lui è risultato iscritto alla P2 e sono state riscontrate numerose possidenze ed un tenore di vita eccessivi rispetto alle sue entrate lecite.

Viene condannato con la sentenza del 30 aprile 1987 del Tribunale di Torino, in primo grado, a 8 anni e 200 milioni di multa. La sentenza della Corte d'appello di Torino del 17 luglio 1989, conferma la sentenza di primo grado ma dichiara la condanna "non eseguibile", dal momento che l'estradizione, concessa dalla Spagna, non riguardava i reati fiscali e di contrabbando.

3.5 Giuseppe Trisolini

Trisolini è l'aiutante di campo del Gen. Giudice durante la sua permanenza al Comando Generale. Pur non ricoprendo alcun ruolo istituzionale, è dotato di grande potere all'interno del corpo, dovuto allo stretto rapporto che lo lega a Giudice e alla moglie di questo, Giuseppina Galluzzo. Il suo nome risulta tra quelli iscritti alla loggia deviata di Gelli.

Viene unanimemente descritto come persona avida e priva di scrupoli; con il pieno accordo di Giudice, preleva e fa sparire atti, mantiene i contatti con Gelli e fa da tramite con Giudice e Lo Prete; mantiene i contatti con ufficiali e sottufficiali del Corpo un po' in tutt'Italia e con uomini del servizio "I", strettamente controllato da Lo Prete.

La sua rete di relazioni e di conoscenze è in grado di condizionare l'operato di Giudice e Lo Prete.

Muore poco prima dell'esplosione dello scandalo nel 1979.

3.6 Sereno Freato

Sereno Freato è stato per anni segretario personale del defunto on. Aldo Moro. I giudici che hanno indagato sullo scandalo petroli lo indicano come uno dei registi, assieme al petroliere Musselli e ai Finanziari Giudice e Lo Prete, del vasto giro di frodi nel settore petrolifero.

È socio di Musselli in numerose attività commerciali: "Eurobox S.p.A" di Camisano, "Confezioni Sportive Camisano S.p.A.", "Fagib S.p.A." di Verona (imbottigliatrice della Coca Cola). La sua implicazione nello scandalo petroli è data dalla partecipazione, quale socio occulto, alla "Bitumoil". In tale veste ha apportato il proprio contributo allo svolgersi e all'espandersi dell'attività della Bitumoil svolgendo il compito di garantire una stabile copertura a livello politico-amministrativo per tutta l'attività contrabbandiera di Musselli, sfruttando la sua posizione privilegiata di segretario personale di Moro, interessandosi per la promozione dell'ing. De Nile all'Utif di Milano e per la nomina di Giudice. Soprattutto tra il 1976 e il 1979 viene riscontrato un flusso notevole di danaro dal Musselli per Freato, denaro che secondo i magistrati inquirenti costituirebbe la spartizione di utili derivanti dalla comune attività imprenditoriale. Freato giustifica questo passaggio di danaro come "restituzione di danaro che il Musselli faceva in quanto al momento dell'entrata in vigore della legge 159/76 l'on. Moro mi aveva detto di consegnare una somma al Musselli pari a circa 300 milioni, che costituivano un fondo di riserva esistente presso la banca U.B.S. di Chiasso o di Lugano (...) costituito in precedenza per eventuali necessità politiche" (80). Di questo conto, che giustificherebbe il denaro come finanziamento alla corrente morotea, non si trovano però tracce.

I giornali dell'epoca lo descrivono così:

"Lo stacco tra un portaborse e un consigliere ombra nel curriculum di Freato risalta con evidenza a metà degli anni sessanta, quando con Moro presidente del Consiglio, l'assistente speciale ha già accumulato le cariche di commissario governativo dell'ente "Tre Venezie" (poi disciolto a fatica) e di consigliere d'amministrazione dell'Enel. Una volta salito al gradino superiore, il nostro personaggio esemplare brilla di luce propria (...) ma il suo ruolo non è affatto appannato. Anzi, tiene i contatti più delicati, assolve le incombenze più imbarazzanti, media, consiglia, seleziona, trama, stringe nuove amicizie, magari con personaggi che il grande leader non incontrerà mai. (...) Continua a far lievitare l'influenza di cui gode, avendo cura di cancellare ogni traccia pubblica della sua presenza: perfino l'indirizzo sull'elenco telefonico. Avvicinarlo diventa quasi impossibile. Se proprio insistete, sarà lui a cercarvi, ma solo a una precisa condizione: noi non ci siamo mai sentiti" (81).


Note

1. Cfr. G. J. Paglia, "Petroli: 2 ex colonnelli tra gli ultimi 18 arresti", in La Stampa, 28 ottobre 1980, p.1.

2. Si tratta del quotidiano La Tribuna di Treviso, che per primo indicò che il valore della truffa era dell'ordine di 2000 miliardi.

3. G. Galli, Affari di Stato, Kaos Edizioni, 1991, p.183.

4. D. Labozzetta, "Criminalità economica e potere giudiziario", in Questione Giustizia, n.2, 1983, p.399

5. Ibidem.

6. P. Calderoni, G. Modolo, "La Supertruffa", in L'Espresso, n.45, 1980, p.56.

7. Ibidem.

8. G. J. Paglia, "Petroli: una perizia grafica accusa l'ex ufficiale Formato", in La Stampa, 5 febbraio 1981.

9. Ibidem.

10. P. Calderoni, G. Modolo, cit., p.56.

11. Ivi, p.86.

12. Gli organi preposti alla vigilanza sono:

  • la Dogana, nei depositi costieri e in altri depositi doganali;
  • l'Ufficio Tecnico Imposte di fabbricazione (Utif), nelle raffinerie e nei depositi destinati alla conservazione del prodotto prima dell'esazione dell'imposta;
  • la Guardia di Finanza, nel suo ruolo istituzionale di vigilanza.

Il petrolio greggio giunge nel territorio italiano generalmente attraverso petroliere. Scaricato nei depositi costieri, operanti sotto la vigilanza dell'amministrazione doganale, il greggio viene misurato. Il passaggio dai depositi costieri alle raffinerie avviene prima del pagamento dell'imposta di fabbricazione; nella movimentazione, il greggio deve essere accompagnato da appositi certificati (moduli C/21) e le autobotti devono essere sigillate dal personale della dogana del luogo di partenza della merce. Giunto nella raffineria, il prodotto viene preso in carico dall'Ufficio finanziario di fabbrica, dipendente dall'Utif, con la collaborazione della Guardia di Finanza. Compito di questa struttura è quello di controllare continuamente la lavorazione ed accertare la quantità e qualità dei prodotti ottenuti. L'uscita del prodotto avviene, generalmente, previo pagamento dell'imposta determinata dall'ufficio finanziario di fabbrica, in base alle aliquote previste dalla legge (art. 12 e 13, R.D.L. n. 334/1939).

Con l'uscita dalla raffineria o dal deposito "SIF", il tributo è assolto e può iniziare la fase di commercializzazione del prodotto, che, in attesa di essere venduto, viene immagazzinato in depositi detti "liberi", appunto perché contengono prodotto di cui è già stata pagata la relativa imposta.

Anche una volta assolto il tributo, la movimentazione del prodotto è sottoposta ad alcune formalità. Innanzitutto, l'operatore petrolifero deve tenere un registro di carico e scarico, rilasciato dall'Utif competente, nel quale devono essere annotati tutti i carichi di prodotti arrivati nei depositi, con l'indicazione della quantità, della provenienza, della data di arrivo e della documentazione che ha scortato il trasporto. Le stesse indicazioni valgono per gli scarichi, cioè le partite di prodotto estratte dal deposito e destinate ai clienti.

Il trasporto del prodotto deve essere scortato da un certificato di destinazione, il modulo "H-ter 16", redatto su stampati filigranati in dotazione agli Utif. Il modulo deve contenere l'indicazione di numerosi dati, tra cui gli estremi del deposito di provenienza e del luogo di destinazione, gli estremi del vettore, con l'indicazione del nome dell'autista e la targa del veicolo usato, la data del trasporto con precisazione dell'orario di partenza e di quello di arrivo previsto, l'indicazione del percorso di massima da seguirsi, il tipo e quantità del prodotto. I certificati di provenienza vengono emessi dall'Utif territorialmente competente, che ha anche la facoltà di assegnare al commerciante una dotazione di libri-certificati in bianco, con l'obbligo di rigoroso periodico rendiconto. In questi casi è il commerciante stesso che provvede all'emissione del certificato di destinazione. Periodicamente, i libri di certificati utilizzati e i registri di carico e scarico devono essere restituiti all'Utif che li ha rilasciati, per effettuare dei controlli.

13. Ibidem.

14. Ibidem.

15. Ibidem.

16. Crf. nota 12.

17. Per quanto riguarda le modalità di frode occorre premettere che un elenco completo di queste è impossibile, data la possibilità quasi infinita di stratagemmi ipotizzabili in relazione al contrabbando. Un tentativo di classificazione di queste modalità è possibile facendo riferimento alle varie fasi di lavorazione o movimentazione del prodotto: le frodi, infatti, possono realizzarsi in raffineria, nel passaggio da questa alla dogana o ai depositi "SIF", nel mercato libero.

Ipotesi principale di contrabbando in raffineria è costituita dalla realizzazione di prodotto finito, senza il pagamento dell'imposta dovuta, attraverso una raffinazione clandestina o in frode all'ufficio finanziario di fabbrica. Il raffinatore produce quantitativi di prodotti finiti superiori per qualità - quindi con un incidenza fiscale superiore - e quantità. Questo risultato viene raggiunto secondo diverse modalità di azione.

Si può giocare sulle rese, dichiarando che da una certa quantità di petrolio si è ricavata una quantità di prodotto finito inferiore al vero, con estrazione clandestina ed immissione nel mercato del contrabbando del surplus.

Si può far risultare ottenuti dalla raffinazione quantitativi di prodotto a diversa incidenza fiscale, in proporzioni diverse dal reale (in quantità minore, il prodotto a più alta incidenza fiscale).

Il risultato di queste attività è che dalla raffineria escono partite di prodotto che sono state sottratte al pagamento dell'imposta dovuta.

Una seconda ipotesi fa leva sulla possibilità di estrarre prodotti finiti dalle raffinerie in regime "SIF", con bolletta di cauzione, senza pagamento dell'imposta. Ciò si può realizzare secondo diverse modalità.

Una prima modalità consiste nel simulare un'esportazione. Il prodotto viene inviato con bolletta di cauzione alla frontiera per l'esportazione; la dogana competente attesta l'avvenuta esportazione, ma in realtà la merce non valica la frontiera e la certificazione doganale permette di ottenere lo scarico fiscale della raffineria di provenienza. In territorio nazionale viene immessa una partita che ha evaso totalmente il fisco.

Una seconda modalità vede l'invio del prodotto petrolifero a un deposito "SIF" per ulteriori lavorazioni. L'ufficio finanziario di fabbrica del "SIF" di destinazione lo assume formalmente in carico nella propria contabilità, ma, in realtà, il prodotto, invece di arrivare nel deposito, viene inviato direttamente al contrabbando. Variante di questa modalità prevede l'arrivo effettivo del prodotto nel deposito "SIF", la sua lavorazione fittizia, con cui si simula la denaturazione del prodotto, da cui dipende la soggezione a un regime fiscale agevolato. In realtà il prodotto non viene modificato e viene commercializzato nello stato in cui giunge al deposito "SIF".

Le modalità di cui abbiamo finora parlato, comportano falsificazioni delle registrazioni di carico e scarico e della documentazione relativa alla lavorazione. Altre modalità di frode non riguardano più i prodotti petroliferi conservati in regime "SIF".

Tra di esse ritroviamo la rigenerazione di prodotti adulterati, finalizzata al loro impiego in usi soggetti a imposta superiore a quella prevista per il prodotto ancora adulterato. Ad esempio, il gasolio adulterato per il riscaldamento, viene trattato chimicamente (in gergo, "sbiancato") così da eliminare le caratteristiche più evidenti del precedente procedimento di adulterazione. La conseguenza è che il prodotto viene commercializzato come merce destinata all'uso fiscalmente meno agevolato.

Un'altra modalità consiste nella illecita miscelazione di prodotti petroliferi: prodotti fiscalmente pregiati vengono "tagliati" con partite di prodotto 'vile' (ad esempio, benzina con olio combustibile), ottenendo miscela che viene venduta come prodotto puro, di maggior pregio.

18. Cfr. Sent. Tribunale di Torino, 28 maggio 1981, Sent. Appello, 5 luglio 1982.

19. Cfr. Sent. Tribunale di Torino, 23 dicembre 1981, Sent. Appello, 20 giugno 1984

20. Ibidem.

21. L'articolo si riferisce alla "Veneta Idrocarburi" di cui si parlerà più approfonditamente tra breve; da T. Oldi, "La rapina del secolo", Panorama, 10 novembre 1980, p.57.

22. in ord. sen., 14 agosto 1985, cit., p.1621.

23. Trattasi degli stessi sottufficiali che vengono sentiti dal giudice di Treviso, di cui abbiamo appena parlato.

24. P. Calderoni, G. Modolo, cit., p.56.

25. Ibidem.

26. Cfr. T. Gava, "Anche due generali nello scandalo petroli", in L'Unità, 12 dicembre 1979, p. 10.

27. Cfr. R. Bolis, "Arrestato petroliere braccio destro del "grande elemosiniere" dc Musselli", in L'Unità, 19 ottobre 1980, p.4.

28. Ibidem.

29. Ibidem.

30. "Freato: presi i soldi ma per il mangime da dare ai cavalli" in La Stampa, 11 febbraio 1981.

31. Ibidem.

32. Ibidem.

33. Ibidem.

34. Cfr. R. Bolle, "Due ufficiali della Gdf fra i nuovi incriminati", in L'Unità, 28 ottobre 1980, p.4.

35. D. Labozzetta, cit., p.401.

36. L'articolo da cui è tratta la citazione fa riferimento al colonnello della Guardia di Finanza Giampiero Ciccone, Capo dell'Ufficio Informazioni di Padova, accusato dai giudici di Treviso di favoreggiamento e interesse privato in atti d'ufficio; da G. J. Paglia, "Colonnello della Finanza controllava I magistrati invece dei petrolieri?", in La Stampa, 18 dicembre 1980.

37. da La Stampa, 31 ottobre 1980.

38. Tra cui il democristiano Segnana, il Vice Procuratore Generale della Corte dei Conti Ennio Mancuso e l'avvocato dello Stato Giuseppe Angelici Rota; da La Stampa, 5 novembre 1980, p.1.

39. Ibidem.

40. Cfr. le dichiarazioni di Pisanò, "Reviglio ha reso pubblico al Senato il rapporto Vitali sul contrabbando", in La Stampa, 5 novembre 1980.

41. Cfr. dichiarazioni di Bonazzi, parlamentare del Partito Comunista Italiano, ibidem.

42. Cfr. La Stampa, 4 novembre 1980.

43. Cfr. La Stampa, 5 novembre 1980, p.5.

44. Quasi vent'anni dopo, Vannucci, ricostruendo le collusioni della magistratura negli anni settanta e ottanta, parla della procura romana come di un "porto delle nebbie", in cui "i processi ai politici venivano avocati e poi insabbiati" ed in cui, "un alto magistrato" ricevette un ordine di custodia cautelare per avere compiuto "una indeterminata serie di atti contrari ai doveri d'ufficio in quanto stabilmente retribuito perché ponesse le sue pubbliche funzioni al servizio degli interessi degli erogatori (...) in tutti i procedimenti e in ogni altra attività in cui fosse richiesto". Cfr. A. Vannucci, Un paese anormale, ed. Laterza, Bari, 1999, p.54.

45. Dalle pagine di OP si legge: "La benzina usciva dal deposito "SIF" (un punto franco dogana in cui viene stivato il carburante in attesa di essere acquistato dai grossisti) con la sua bolla di accompagnamento. Su c'era scritto che era destinato ad X, finiva ad Y. Una "mano amica" all'Utif chiudeva entrambi gli occhi, i doganieri del "SIF" vedendosi ritornare una bolletta timbrata regolarmente non potevano saperne nulla. Unici a parte dell'inghippo erano i camionisti delle autobotti. Uno di loro ha confessato alla magistratura tutta la storia. Si è appreso che la società che abbiamo chiamato X era società fantasma, con sede in mezzo ai canneti o ai prati verdi. Quanto alla società Y, interrogate dalla magistratura sul mancato pagamento dell'imposta di fabbricazione, hanno dichiarato di non dover nulla in quanto la benzina in oggetto non veniva dal deposito "SIF", ma era stata acquistata da un'altra società commerciale, chiamiamola W; questa a sua volta giurava di aver comprato da Z il carburante e così via, per un'interminabile catena di Sant'Antonio", in V. Iacopino, Pecorelli - OP, Storia di un'agenzia giornalistica, Sugarco, Milano, 1981, pp. 75-6.

46. "Una raffica di notizie", così recitava il sottotitolo sulla copertina di "OP".

47. Cfr. G. J. Paglia, "Torino: per il caso petroli altri 12 mandati di cattura", in La Stampa, 2 dicembre 1980, p.4.

48. Cfr. G. J. Paglia, "Lecco: nove mandati di cattura per i petroli; in quattro anni evase imposte per 40 miliardi", in La Stampa, 11 dicembre 1980, p.6.

49. Ibidem.

50. G. J. Paglia "Arrestato a Roma anche un figlio del gen. Giudice", da La Stampa, 19 dicembre 1980.

51. Cfr. G. J. Paglia, "Forse trovate alla direzione dogane le prove di copertura ai petrolieri" in La Stampa, 20 dicembre 1980; "Ho sempre informato i ministri", in La Stampa, 17 gennaio 1981

52. G.J. Paglia, "Assegni dei petrolieri a psi, psdi e alla dc", in La Stampa, 4 marzo 1981; "In banca libretti per 237 milioni col nome di mesi", in La Stampa, 11 febbraio 1981.

53. Il 23 novembre 1984, il Parlamento archivia il "caso Andreotti" non consentendone la messa in stato di accusa. Cfr. A. Padellaro, "Andreotti 'assolto' dal parlamento", in Corriere della Sera, 24 novembre 1984; A. Rapisarda, "Assoluzione per Andreotti", in La Stampa, 24 novembre 1984.

54. sent. Trib. Torino, IV sez. pen. 23, 23 dicembre 1982, pres. Est. Fassone, imp. Giudice ed altri, in Questione giustizia, n.2, 1983, pp.349 e ss.

55. Cfr. relativamente alle responsabilità di Giudice, la sent. Trib. Torino, IV sez. pen. 23, 23 dicembre 1982, pres. Est. Fassone, imp. Giudice ed altri, in Questione giustizia, in.2, 1983, pp.349 e ss.

56. Cfr. Ord-Sent, 14 agosto 1985, cit., pp.101 e ss.

57. Ibidem.

58. Pietro e Cesare Chiabotti, padre e figlio, erano proprietari della Isomar di S. Ambrogio (MI). Fu accertato (sent. 22 dicembre 1981, Trib Torino, II sez. pen.) che fino al 1973 i Chiabotti svolsero attività di contrabbando in proprio. Dal 1973 instaurarono un rapporto stabile con la "Siplar" di Airuno, gestita da Gissi, Galassi e Milani.

59. Sent-ord 14 agosto 1985, cit., p.7

60. Cfr. sent. 2 giugno 1988, cit., p.1515

61. Sent-ord 14 agosto 1985, cit., p.120

62. "Gli atti istruttori di interrogatorio e confronto sviluppatisi nel marzo-aprile 1983 ampliavano e consolidavano il quadro, facendo emergere sempre più il ruolo predominante in tutta la vicenda di Lo Prete Donato, come d'altra parte lo stesso Tribunale non aveva potuto non sottolineare in base agli sviluppi dibattimentali ancora una volta in modo analitico e pregnante. Uguale posizione di rilievo si consolidava nei confronti di Musselli Bruno nei suoi rapporti con Giudice Raffaele, e di ancor più specialmente con Lo Prete Donato e Gissi Vincenzo".

63. Cfr. E. Boffano "Chiesto il rinvio a giudizio di 170 imputati nella maxi-inchiesta sullo scandalo petroli", in Corriere della Sera, 10 aprile 1985.

64. B. Rovera "Le bugie pietose della vedova Moro", in Corriere della sera, 17 maggio 1988.

65. Ibidem.

66. Da Corriere della Sera, 7 novembre 1980.

67. P. Calderone e G. Modolo, cit.

68. Ibidem.

69. Ibidem.

70. Compì il suo primo viaggio politico nel Cile di Allende, in compagnia del socialista Di Vagno e di Aldo Aniasi, sindaco di Milano.

71. Da R. Cantore "Parla i petroliere latitante", in Panorama, 10 novembre 1980, p. 68

72. Da "La rapina del secolo" in Panorama, 10 novembre 1980, p.54.

73. P. Calderoni e G. Modolo, cit.

74. Cfr. Trib. Torino, IV sez. penale 23/12/82, pres. est. Fassone, in Questione Giustizia, n.2, 1983, p. 361 e ss.

75. Ivi, pp. 371 e ss.

76. Dichiarazioni rese davanti alla corte d'appello di Torino, E.B., "Volevo solo conoscere Moro tramite Musselli", in Corriere della Sera, 2 giugno 1984, pag.5.

77. Sulla rilevanza del patrimonio di Giudice Raffaele e di altri protagonisti dello scandalo petroli, cfr. Sentenza-ordinanza 14 agosto 1985, cit.

78. Cfr. sentenza Trib. Torino 23/12/82, cit., pag.395.

79. P. Calderoni, G. Modolo, cit.

80. Interrogatorio di Freato del 3/4/1984, in Sent 15 agosto 1985, cit., pag.2006.

81. A. Padellaro, "Come si diventa un Freato? Accompagnando da dietro le quinte l'ascesa di un padrone", in Corriere della Sera, 8 novembre 1980.