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Guardando dalla Serbia a questa Europa
Tra profughi in trappola e chiusura delle frontiere

Alessandra Sciurba, 2017

Nel 2015 la Serbia è stata attraversata da circa un milione di profughi in viaggio verso l'Unione europea. Fino a quando la cosiddetta "rotta balcanica" è stata ufficialmente "chiusa", nel marzo del 2016, anche 12.000 persone al giorno entravano dal Sud del paese, attraverso il confine macedone, per uscirne da quello croato e poi soprattutto da quello ungherese.

Quando viene varato il Piano congiunto Ue-Turchia e nuovi muri iniziano a circondare i confini Est dell'Unione, rimangono "intrappolati" in Serbia circa 2000 profughi. Nonostante ciò, da 150 a 200 persone al giorno continuano ad arrivare da Bulgaria e Macedonia, senza più alcuna possibilità di transitare e uscire dalla Serbia. Per questo motivo, il numero dei profughi presenti in questo paese negli ultimi mesi non ha fatto che crescere. Le stime ufficiali dicono che sono ad oggi circa 7.000, ma quelle informali parlano di più di 10.000 persone. L'85% di queste provengono dai cosiddetti "refugees producing countries"; il 61% sono donne e bambini (1). Per affrontare questa situazione così inedita per la Serbia, nel settembre del 2016, il governo ha lanciato un "Response Plan for an increased Number of Migrants on the Territory of the Republic of Serbia for the period October 2016- March 2017". Nuovi centri di accoglienza sono stati aperti uno dopo l'altro, mentre 11.840 persone, da gennaio a novembre 2016, hanno espresso per la prima volta intenzione di chiedere protezione in questo Stato balcanico, che però resta un paese di transito per storia e vocazione, con un sistema d'asilo che non è mai stato implementato.

I racconti e le riflessioni che seguono sono frutto di un'inchiesta condotta sul campo tra il 22 e il 29 gennaio del 2017, agevolata dalla presenza di una delegazione di Sinistra Italiana partita per portare aiuti ai profughi, e composta anche dall'Onorevole Erasmo Palazzotto, a seguito del quale ho potuto svolgere le interviste agli organi istituzionali, nonché accedere ai centri di accoglienza governativi.

Nei campi governativi, dove ognuno attende

La famiglia di Godsia

Godsia ha quattro figli. "Lei è una donna incredibilmente forte" mi dice suo marito, in un inglese perfetto: "ha attraversato la jungle tra Macedonia e Grecia due settimane prima di partorire l'ultimo dei nostri bambini". Alexander, questo neonato che ha rischiato di nascere mentre la mamma attraversava un confine nascosta tra i boschi, non fa che sorridere. Ha quattro mesi e sembrano bastargli, per non avere paura, le cure amorevoli dei suoi genitori.

In realtà, tutti i bambini incontrati in questo campo di Krnjaca, a pochi chilometri da Belgrado, sorridono e giocano nella neve nonostante abbiano passato quasi tutti almeno metà della loro vita fuggendo.

La famiglia di Godsia, come moltissime altre famiglie di profughi che si trovano in Serbia a gennaio del 2017, era arrivata fino alla Grecia, a un passo dalla possibilità di una vita diversa. Poi c'era stato lo sgombero del campo di Idomeni, e la deportazione in altri centri al Nord della Grecia, più invivibili di questo, mi raccontano. A quel punto, non c'era altra scelta che partire ancora, anche tornando indietro, retrocedendo di una casella nel mutevole percorso a ostacoli dove si scontrano la volontà di questi migranti di incedere, nonostante tutto, e le politiche europee che riorientano continuamente le loro rotte. Un "campo di forza" che produce un confine invisibile marchiato sul corpo di queste persone. Senza arrestarne il cammino, ma lasciandole profughe in balia, alternativamente, delle polizie di frontiera o dell'umanitario dei campi.

Tornare indietro dalla Grecia alla Macedonia, e poi fino in Serbia, era sembrata per la famiglia di Godsia una scelta percorribile. Al tempo di quell'ennesimo viaggio, infatti, l'Ungheria aveva ancora lasciato aperto uno spiraglio attraverso il quale i profughi potessero transitare: 500 persone a settimana hanno attraversato la frontiera nel corso di molti mesi del 2016, grazie a un sistema di coordinamento tra autorità serbe e ungheresi, basato su una lista condivisa, stilata all'interno dei campi di accoglienza in Serbia e poi inviata in Ungheria.

Campo di KrnjacaUn ragazzo afghano mi mostra sullo schermo del suo cellulare una foto dell'elenco interno al campo di Krnjaca: lui è il numero 428, ma non gli è dato sapere in che posizione si trovi della lista generale che tiene insieme la maggior parte dei profughi presenti in Serbia. Neppure la responsabile del centro ne sa molto di più. È una donna piena di buona volontà, che alacremente invia ogni giorno via email, al governo ungherese, i nomi dei nuovi arrivati, sperando che possano transitare presto in territorio Ue. Non ha alcun problema a mostrarmi ogni documento che sta sulla sua scrivania, e la lista con tutti i nomi dei suoi "ospiti", che è appesa al muro; ha una sorta di ingenuità che in nulla assomiglia all'approccio di tanti responsabili di centri che ho incontrato in Italia.

Ma questa donna sembra anche sapere che il suo lavoro ha sempre meno senso. Negli ultimi tempi, lo spiraglio alla frontiera ungherese si è drasticamente ristretto: da 500 persone a settimana si è passati a 40 al giorno, poi 20, e adesso solo 10, cioè 5 per ciascuno dei "gate" rimasti ancora appena dischiusi.

Senza scarpeE così la gente aspetta sospesa, in questo campo serbo che è il più grande di tutti, come negli altri 16 presenti sul territorio nazionale per una capienza totale di 6.300 persone.

Si sta in una media di 10 persone per ogni stanza di 15/20 metri quadri: anche 3 famiglie insieme. In una convivono una ragazza incinta di 8 mesi con suo marito e il loro figlioletto di 3 anni; una coppia di anziani signori che mi mostrano sconsolati le scatolette di tonno che mangiano ogni giorno in assenza di altro cibo disponibile, e una terza famiglia con tre bambini. Le pareti sono piene di muffa, dal tetto gocciola un liquido acido che brucia la pelle. Pochi abiti sono stesi su un filo inchiodato a una delle pareti. Condizioni difficilissime, anche se in fondo non così diverse da quelle di alcuni dei centri italiani. La vera tragedia qui è l'attesa senza alcuna prospettiva.

Nelle Barracks per "giocare al gioco" della frontiera

Le precarie condizioni dei centri governativi sono comunque migliori di quelle delle Barracks, nome dato dai migranti a uno spazio enorme di edifici abbandonati, vecchi magazzini per la spedizione di merci e ora stazione di transito per esseri umani, sul waterfront di Belgrado, nel pieno centro della capitale.

Mentre lo attraverso, con la delegazione di Sinistra Italiana venuta a portare un furgone carico di aiuti (è la prima volta che, non senza difficoltà, un ente privato riesce a portarne in Serbia negli ultimi anni), un gruppo di attivisti "no border" sta organizzando una manifestazione insieme ad alcuni dei profughi. Ovunque, sui muri cadenti, scritte in inglese che dicono "stop war against refugees", "we need shoes", "I am a person too", "refugees are not terrorists".

Barracks Casa "stop war against refugees"

Ogni cosa è surreale in questo spazio, pur simile a molte zone di concentramento che segnano tutti i percorsi migranti. Da qualche settimana, decine di giornalisti da tutto il mondo hanno improvvisato piccoli set cinematografici. Incontri profughi accomodati su una poltrona in mezzo alla neve con le luci puntate addosso e una telecamera che li filma mentre si raccontano. "Mettiti una coperta sui vestiti" dice un cameramen, "così si vede che sei un immigrato". I passeurs, facilmente riconoscibili, lasciano fare: la sovraesposizione mediatica conviene a tutti in questo momento, anche se il rischio, come spesso accade in queste situazioni, è che un simile eccesso di visibilità possa portare allo sgombero del luogo.

AzizAlle Barracks si trovano circa mille profughi, moltissimi sono minori. Incontro anche Aziz, che ha otto anni, un giubbotto rosso da adulto che gli arriva alle ginocchia, e l'aria sognante di un bimbo che si difende così da tutto ciò che lo circonda. Un giovane afghano che sembra prendersene cura mi spiega che Aziz è rimasto solo dopo aver tentato di passare la frontiera con la Croazia insieme al suo papà, che è stato preso dalla polizia croata e si trova ancora in un centro di detenzione. Aziz lo sta aspettando per provare a partire di nuovo, insieme.

Così funziona alle Barracks. I profughi che decidono di restarci non lo fanno solo perché non hanno trovato posto nei centri governativi, ma anche e soprattutto perché in quello spazio, tra immondizia e fuochi accesi per combattere il gelo bruciando qualunque cosa, per quanto tossica, è possibile incontrare i passeurs e organizzare il viaggio.

fuoco"We are gonna play the game", mi dicono dei giovani pakistani che stanotte proveranno a muoversi verso Subotica, a Nord, al confine con l'Ungheria. Al "gioco" della frontiera si gioca in gruppi da 50 o 60 persone, mi spiegano, guidate dai "leaders". Solo in due o tre al giorno riescono a passare. Perché nella no man's land di otto chilometri dove la polizia ungherese ha potere assoluto sulle vite di questi migranti, si viene il più delle volte intercettati, picchiati, spogliati di oggetti e vestiti, terrorizzati dai cani lanciati addosso (molti ragazzi mi mostrano i segni dei morsi), e poi rispediti indietro al confine. E a questo punto si sceglie: restare lì nei dintorni, nascosti nei boschi, per riprovare appena possibile cercando intanto di non morire assiderati, oppure tornare a Belgrado, alle Barracks, riprendere fiato e poi partire ancora. Magari verso il confine con la Croazia, stavolta, a seconda di dove i passeurs pensano in quel momento di potersi muovere un po' più agevolmente.

La polizia croata, però, non è da meno di quella ungherese. E anche se miracolosamente si riesce a passare e a raggiungere Zagabria, c'è sempre un forte rischio di venire deportati indietro, di nuovo al confine, e subire lo stesso trattamento di botte e depredazione.

È successo a Ibad, a dicembre del 2016. Era riuscito ad attraversare la frontiera e a arrivare fino alla capitale croata con suo fratello più piccolo, di soli 10 anni. Raggiunto un campo per profughi, aveva cercato di chiedere asilo. Gli avevano detto di andare al posto di polizia lì vicino, dove avrebbe potuto perfezionare la domanda. Una volta entrato i poliziotti croati lo avevano infilato dentro una macchina, col fratellino, e riportato al confine. "Il bambino almeno non è stato picchiato", mi racconta.


Generatori

La Croazia e l'Ungheria sono parte dell'Unione europea oltre che paesi firmatari della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato. Così la Bulgaria, dall'altra parte della Serbia, da cui i profughi fuggono senza neanche bisogno di essere deportati con la forza, per evitare linciaggi popolari e abusi istituzionali di ogni tipo. Membri dell'Ue, ma in questi paesi, per i profughi, non valgono le direttive europee, né vengono applicate le Convenzioni internazionali. Il regime dei diritti umani è annientato dal diktat dei muri e delle deportazioni transfrontaliere.

In questo senso, la Serbia, al momento, appare più europea degli europei, mi dicono alcuni altri migranti, riferendosi alla retorica della cosiddetta Europa dei diritti, perché la polizia non bastona e non esistono raid razzisti. Ma anche da qui, pur se sporadicamente, alcune deportazioni sono attuate direttamente dai campi governativi. Presevo, a Sud, è per questa ragione il campo dove nessuno vuole andare, perché i casi documentati di retate di profughi caricati sui bus e lasciati al di là del confine con la Macedonia riguardano proprio quel posto. Che ciò sia avvenuto almeno una volta me lo conferma anche Francesca Bonelli, coordinatrice dell'Unhcr in Serbia al momento della mia inchiesta.

Ma non è una cosa sistemica, aggiunge. Ciò che va sottolineato, piuttosto, mi dice ancora Francesca, è che alcuni profughi iniziano a chiedere loro stessi di essere riportati in Macedonia, negli ultimi tempi, da quando l'Ungheria ha praticamente chiuso la frontiera. Nonostante ogni retrocessione nella rotta verso la salvezza costi sempre più soldi per coloro che proveranno a proseguire ancora: 1.600 euro per l'attraversamento della frontiera tra Macedonia e Serbia; 2000 per quella tra Serbia e Ungheria. Ma non si può attendere all'infinito, o provare il passaggio illegale decine di volte (come pure hanno fatto tante delle persone che ho incontrato). Bisogna trovare un'altra strada quando quella che si aveva davanti si chiude. È questa la storia di tutti i migranti che negli ultimi anni vorrebbero cercare un futuro in Europa.

Com'è difficile sostenere i profughi

Msf Afghani Park

Intorno alle Barracks un mondo di associazioni ed enti che lavorano a vario titolo con migranti e rifugiati si muove tutti i giorni. Di fronte all'accampamento informale c'è un piccolo parco, conosciuto da tutti come "Afghani park". Lì un presidio mobile di Medici senza Frontiere è attivo dalla mattina alla sera. File di giovani uomini, ma anche donne e bambini provenienti dai campi governativi, aspetta ordinatamente il turno.

Andrea Contenta, responsabile di Msf in Serbia si lascia intervistare al caffè Istanbul, pochi metri più in là, luogo di incontro dove i migranti cercano di organizzare la loro precaria vita e il loro precario futuro. Andrea ci spiega che la sua organizzazione non lavori nei campi governativi, dove è riuscita a entrare solo sporadicamente per qualche visita. Ci conferma come molti profughi preferiscano restare qui, nel centro di Belgrado, nonostante il gelo e l'abbandono, per paura delle deportazioni e per riuscire a incontrare i passeurs. Le autorità non ne sono contente, e hanno cercato in ogni modo di incentivare i trasferimenti dagli hangar delle Barracks alla caserma di Obrenovac dove è stato aperto l'ultimo dei centri ufficiali, dopo che le immagini dei profughi di Belgrado, nelle prime settimane del 2017, hanno fatto il giro del mondo. Msf ha appena inaugurato anche una piccola clinica dedicata soprattutto ai trattamenti anti-scabbia, che si trova proprio di fronte al centro di Miksaliste, un piccolo edificio sempre affollato di profughi. Lì, infatti, ci si può fare una doccia, connettere con il wifi, riposare e scaldarsi, ottenere informazioni legali. All'orientamento legale è dedito anche Infopark, associazione che ha un ufficio poco distante dove si offrono anche corsi di lingua serba e una "safe zone" per donne e bambini. Gli operatori mi confermano come la loro azione abbia margini molto ridotti, perché il sistema dell'asilo di fatto non esiste: in un solo ufficio di polizia a Belgrado si può fare una pre-richiesta che poi va formalizzata nei centri, e molti maschi adulti e singoli non riescono quasi mai ad accedere neppure a questa primissima fase delle procedure. Spesso il lavoro di questi operatori legali si riduce alla raccolta delle storie di violenza subita dai profughi alle varie frontiere: "le peggiori sono quelle di chi ha attraversato la Bulgaria", mi dicono: "lì tutti sono derubati e imprigionati, specie da quando la Germania ha iniziato ad applicare il Regolamento Dublino e a rimandare a Sofia i profughi che avevano raggiunto il territorio tedesco. Da quel momento la Bulgaria accoglie solo quei richiedenti asilo e scoraggia in ogni modo tutti gli altri, non registrando di fatto nessuno".

Da ottobre del 2016, una lettera aperta del governo serbo ha scoraggiato esplicitamente qualunque intervento di supporto venga attuato in maniera indipendente fuori dai campi istituzionali. Persino Miksaliste, dove pure operano anche enti riconosciuti come Save the children e Unhcr è a stento tollerato quando non si limita a occuparsi del trasporto dei profughi dal centro di Belgrado ai campi governativi. Si lavora in sordina, e le distribuzioni di cibo e vestiti sono fatte in piccoli numeri, quasi di nascosto.

La Serbia in transizione

Ogni azione governativa, per quanto all'interno di un sistema caotico e contraddittorio, appare volta a scongiurare la possibilità che i migranti decidano o riescano a stabilizzarsi in Serbia. Nei centri istituzionali si proteggono le persone dal freddo e non le si lascia morire di fame, ma non esiste per loro nessun progetto a medio o lungo termine, a cominciare dalla regolarizzazione sul territorio. Per entrare in questi luoghi bisogna manifestare un'intenzione di chiedere asilo, ma ciò non significa formalizzare una domanda al governo serbo. Significa solo essere inserito nelle liste per transitare in Ungheria: quelle liste ad oggi rese praticamente inutili dalla chiusura della frontiera da parte di Orban.

Lo stesso Unhcr ammette che in Serbia le procedure dell'asilo sono da sviluppare e appaiono al momento inadeguate e confuse. Solo 39 profughi, tra il 2015 e il 2016 hanno ottenuto lo status di rifugiato, anche se migliaia di persone avevano manifestato la volontà di chiedere asilo. In un documento ufficiale l'Alto Commissariato ammette come "authorities lack information on refugees and migrants currently in Serbia and furnish only a fraction of them with temporary legal status and documents, mainly of 72 hours of validity only, insufficient for the situation they are currently facing".

L'incontro con Vladimir Cucić, il "Commissioner for refugees and migrants" del governo serbo, mi aiuta a capire meglio in che termini la Serbia stia attraversando una fase di transizione particolarmente delicata e significativa. Il commissario spiega come il sistema della lista per accedere in Ungheria abbia funzionato fino ad ora per "tenere calmi" tanto i profughi quanto i serbi. L'unico equilibrio possibile si basa sul fatto che la Serbia rimanga un paese di transito, mentre adesso che tutte le frontiere si stanno chiudendo "non è dato prevedere cosa potrà accadere".

Qui al momento non c'è un atteggiamento razzista nei confronti dei profughi perché nessuno pensa che la situazione attuale possa essere permanente. La retorica governativa è che questi migranti non hanno alcuna intenzione di fermarsi, e che presto accederanno all'Ue. La Serbia è un paese a fortissima omogeneità linguistica, culturale, religiosa. Su questo si regge soprattutto la sua società ancora fragile in termini di affermazione della democrazia e dello stato di diritto. La guerra civile dell'Ex Jugoslavia, in cui i serbi hanno avuto comportamenti particolarmente efferati, non è poi così lontana nel tempo. Anche per questa ragione appare ancora più irresponsabile, al di là di ogni giudizio etico, quello che l'Unione europea sta facendo lasciando il paese da solo con i profughi. A poco possono porre rimedio, in questo senso, i fondi versati per finanziare i servizi dei centri di accoglienza istituzionali, dove su qualche container si può leggere "Danish foundation" o "Germany Humanitarian Assistance".

Non a caso, l'incremento del numero di migranti e richiedenti asilo sta già diventando il cavallo di battaglia dei nazionalisti antieuropeisti serbi, mentre chi nel paese continua a credere nel progetto di adesione all'Ue si interroga oggi su quale sia il modello di Europa a cui la Serbia dovrebbe uniformarsi, se quello della Carta di Nizza o quello del muro ungherese. In questo momento è evidente come le autorità serbe stiano ancora cercando di adeguarsi ai proclamati standard valoriali dell'Unione, che si vorrebbero basati innanzitutto sulla tutela dei diritti umani. Ma tutto intorno l'esempio è di stati Ue confinanti che non fanno che innalzare barriere e inasprire le violenze contro i profughi. "Se potessi chiedere una cosa soltanto a Bruxelles", risponde il Commissario a una mia domanda, "vorrei una politica chiara e univoca da seguire. Al momento ci stanno dicendo almeno tre cose diverse tutte insieme".

In questa fase così incerta, da un lato, è al varo una nuova legge sull'asilo che però ha come principale scopo quello di selezionare il più possibile, come sta succedendo in tutta l'UE, un numero residuale di rifugiati riconosciuti, distinguendoli dalla maggior parte delle persone che grossolanamente rientreranno nella categoria di "migranti economici". Contro questi ultimi, dall'altro, è prevedibile che vengano incrementate espulsioni e deportazioni che a quel punto non saranno solo casuali, ma sistemiche.

Nulla di tutto questo sta ancora accadendo perché la chiusura della rotta balcanica e da ultimo della frontiera ungherese è troppo recente. "In questo momento", dice ancora il Commissario Cucić, "siamo come in quel gioco in cui la musica finisce e tutti i partecipanti devono sedersi prima possibile, perché le sedie sono una di meno. Ecco, noi siamo quelli rimasti in piedi". Prima di loro è accaduto alla Grecia, e sappiamo quali politiche il governo ellenico abbia dovuto implementare stipulando l'accordo bilaterale con la Turchia che fa da base al Piano congiunto dell'Ue con questo paese cui sono stati versati miliardi di euro per fermare i profughi in marcia verso l'Europa. Domani, a fronte di compensi molto meno lauti, potrebbe essere il turno della Macedonia o del Kossovo. Penso che la storia di Godsia, la mamma incontrata al campo di Krnjaca, come quella di altre migliaia e migliaia di persone, è segnata da ognuno di questi confini mobili: che ciascuna di queste biografie si può vedere riflessa in controluce, col suo correlato di dolore e di ostinazione, ricomponendo il puzzle dei recenti documenti della Commissione europea, mai tanto prolifica nella scrittura, come dal 2015 ad oggi, in tema di asilo e migrazione.

Intanto, la Serbia ha due sole scelte: intraprendere la strada degli altri paesi trasformati in una trappola per migranti dalle politiche Ue, ovvero avviare un percorso di deportazioni forzate e innalzare muri; oppure, cosa molto improbabile, diventare terra d'asilo per decine, forse centinaia di migliaia di profughi, con un rischio elevatissimo di conflittualità interna.

Da qui per guardare all'Europa

Quello che sta accadendo alla Serbia è una rappresentazione plastica delle convulse politiche e dei caotici progetti dell'Ue, spesso non esplicitamente dichiarati. Quello di diventare realmente una "fortezza", certamente, ma soprattutto per i troppi migranti portatori di diritti, come i profughi che chiedono asilo e potrebbero ottenerlo secondo la Convenzione di Ginevra. Che molti altri riescano invece ad attraversare i confini, pagando costi altissimi in termini di soldi e sofferenze, così come che molti muoiano nel tentativo di farlo, sembra cosa prevista e incentivata da un sistema economico che ha comunque bisogno, in ogni paese Ue, di manodopera fragile da sfruttare e capri espiatori contro cui rinfocolare demagogie e populismi mai sopiti. Perché ciò avvenga, come dimostrano le proposte di riforma del Sistema comune europeo di asilo (2), quello di "paese terzo sicuro" è un concetto fondamentale e particolarmente flessibile, che può essere riadattato alla Serbia di oggi come forse alla Libia di domani.

Da questo paese balcanico, in questo momento, usando il punto di vista privilegiato delle politiche migratorie, si ha una prospettiva chiara sull'Unione europea e la sua crisi. Una crisi che, non a caso, si fonde con la crisi del diritto d'asilo; diritto d'accesso ai diritti per chi non è cittadino, e quindi banco di prova della credibilità e dell'efficacia dell'intero sistema dei diritti umani. Hannah Arendt ha ben raccontato come la stessa cosa accadde quando il rifiuto degli apolidi segnò il tracollo sociale e culturale dell'Europa tra le due guerre mondiali, e non c'è alcun bisogno di rimarcare quali conseguenze ne siano scaturite.

Scriveva Kant, nel 1795, che il diritto di visita non può essere negato a chi subirebbe un grave danno dall'essere allontanato dal territorio. Nonostante ciò, lo stesso Kant distingueva chiaramente il diritto di visita (di ingresso, quindi), da quello di ospitalità (di soggiorno), prevedendo anche, implicitamente, la possibilità di derogare al dovere di lasciare entrare "lo straniero", qualora ciò compromettesse l'autoconservazione dello stato sovrano. Ma sembra oggi il caso di invertire la prospettiva: è proprio il rifiuto, diffuso e sempre più radicale, di lasciare entrare chi giunge ai confini, che sta mettendo definitivamente a rischio la realizzazione di quel progetto chiamato Europa, già così a lungo deturpato, almeno per come i suoi padri fondatori lo avevano sognato.

Note

1. Cfr. Unhcr, Regional Refugee and Migrant Response Plan for Europe, January-December 2017, pp. 82 e ss.

2. Si vedano a questo proposito i seguenti documenti prodotti dalla Commissione Europea, tutti disponibili sui siti ufficiali dell'Ue: Towards a Reform of the Common European Asylum System and Enhancing Legal Avenues to Europe, Brussels, 6.4.2016 COM(2016) 197 final; Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council Establishing a Common Procedure for International Protection in the Union and Repealing Directive 2013/32/EU, Brussels, 13.7.2016 COM(2016) 467 final 2016/0224 (COD); Communication from the Commission to the European Parliament, the European Council, the Council and the European Investment Bank on establishing a new Partnership Framework with third countries under the European Agenda on Migration, Strasbourg, 7.6.2016 COM(2016) 385 final. Si vedano inoltre: European Commission and European Migration Network. 2014. Ad-Hoc Query on safe countries of origin and safe third countries; European Parliament. 2015. Safe countries of origin. Proposed common EU list. Briefing. EU Legislation in Progress.