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Gli effetti della crisi economica sui lavoratori stranieri: aumentano disparità di trattamento ed esclusione sociale (*)

William Chiaromonte (**), 2014

La condizione di esclusione sociale, che nel nostro paese sovente colpisce gli stranieri, dipende in larga misura da un inserimento lavorativo che, nonostante gli incrementi occupazionali registrati negli ultimi anni, è a tutt'oggi caratterizzato da profonde disparità e, spesso, da veri e propri trattamenti discriminatori, posti in essere tanto da istituzioni pubbliche quanto da soggetti privati. E tale situazione è stata certamente aggravata dalle conseguenze occupazionali della grave recessione globale scatenata dalla crisi dei mercati finanziari deflagrata nell'estate del 2007.

All'origine del complesso di discriminazioni che si riscontrano, con carattere di strutturalità e sistematicità, lungo tutto l'arco dello svolgimento dell'attività lavorativa degli stranieri, a partire dal procedimento di selezione ed assunzione di questi ultimi, possono essere individuati almeno due fattori. Da un lato, la storica carenza nella predisposizione di un'efficace ed unitaria strategia di medio e lungo periodo in materia di politiche migratorie, specie per motivi economici, ha contraddistinto il nostro paese sin dalla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo, quando l'Italia - fino a quel momento un paese di forte emigrazione - ha iniziato ad essere destinataria di rilevanti flussi migratori, provenienti principalmente dai continenti africano ed asiatico e, più di recente, anche dai paesi dall'est Europa. Le politiche migratorie nazionali sono, di conseguenza, state ricondotte e minimizzate nell'alveo dei "decreti flussi", che determinano annualmente le quote di stranieri ammessi a lavorare in Italia - principalmente per attività di tipo stagionale - senza, tuttavia, realizzare una programmazione di medio-lungo periodo sulla base delle reali esigenze del mercato del lavoro. Dall'altro lato, si rileva un sostanziale fallimento dei numerosi tentativi legislativi che si sono succeduti, spesso con carattere emergenziale, nello sforzo di regolare le migrazioni per motivi economici. E' solo nel 1998 che l'Italia si è difatti dotata di una normativa organica e complessiva volta a disciplinare l'insieme degli aspetti concernenti l'ingresso, il trattamento (ivi compresa la disciplina del lavoro) e l'allontanamento dello straniero: il c.d. "testo unico sull'immigrazione" (d.lgs. n. 286/1998).

Anche (e forse soprattutto) a causa della formulazione della normativa nazionale sul lavoro degli stranieri, specie dopo gli emendamenti introdotti dalla c.d. "legge Bossi-Fini" (legge n. 189/2002), la quale ha modificato generalmente in senso restrittivo l'impianto del testo unico, l'ingresso ed il soggiorno per motivi di lavoro sul territorio nazionale dei cittadini di Paesi terzi sono risultati (e risultano tutt'ora) particolarmente complessi. E ciò finisce per determinare varie ipotesi di discriminazione istituzionale ai danni dei lavoratori stranieri. Molti sono i profili di criticità della procedura, particolarmente lunga e macchinosa, che il datore di lavoro è tenuto a seguire qualora intenda assumere un lavoratore straniero: si pensi, solo per fare qualche esempio, al prevalente meccanismo della chiamata nominativa del lavoratore ancora residente all'estero, che inevitabilmente produce irregolarità; al principio della preferenza per le assunzioni di lavoratori già presenti sul territorio (e, quindi, al disfavore verso nuovi ingressi nel mercato del lavoro nazionale); all'impossibilità di fare ingresso in Italia per cercare un'occupazione (ipotesi invece consentita dalla versione originaria del testo unico, che contemplava l'istituto dello sponsor); all'introduzione del "contratto di soggiorno per lavoro subordinato" ed ai pesanti oneri che ne derivano (su tutti, le obbligazioni, gravanti sul datore di lavoro, riguardanti la garanzia della disponibilità di un alloggio per il lavoratore straniero ed il pagamento delle spese di rimpatrio di quest'ultimo).

Una procedura così congegnata finisce paradossalmente per rendere pressoché impossibile l'ingresso regolare per motivi di lavoro. L'esito di una tale situazione è rappresentato, nella pratica, dalla costante elusione delle norme che regolano l'ingresso ed il soggiorno e, quindi, dai continui ingressi irregolari sul territorio nazionale. Il cospicuo numero di lavoratori stranieri irregolari presenti nell'economia sommersa del nostro paese rappresenta dunque, almeno in parte, il risultato dell'evidente inadeguatezza del sistema predisposto, fin dagli anni '80 del secolo scorso, per regolare il fenomeno migratorio. Scarsi sono stati gli effetti prodotti dai provvedimenti adottati, anche di recente, dal legislatore al fine di contenere ulteriormente gli ingressi tanto degli stranieri regolari quanto, e soprattutto, di quelli irregolari. Solo un numero sostanzialmente esiguo di lavoratori stranieri attualmente soggiornanti in Italia, difatti, ha fatto regolare ingresso nel nostro paese per motivi di lavoro. Per far fronte ad una tale situazione sono stati quindi periodicamente adottati dei provvedimenti di sanatoria (l'ultimo dei quali nel 2012), che si sono dimostrati gli unici strumenti in grado di dare regolarità ai lavoratori stranieri, impossibilitati ad entrare regolarmente a causa di una gestione delle quote troppo restrittiva ed intricata e di un mercato del lavoro eccessivamente caratterizzato dalla domanda di lavoratori in nero.

In estrema sintesi, ciò che qualifica il sistema italiano, e che rende fertile il terreno sul quale vengono gettati i semi della discriminazione, è quindi il divario a tutt'oggi esistente tra gli ostacoli legislativi all'accesso al lavoro degli stranieri, da un lato, e la strutturale richiesta di lavoratori stranieri, in particolar modo stagionali, nel mercato del lavoro italiano, dall'altro.

Quando anche, nonostante gli ostacoli normativi, riescono ad accedere ad un lavoro regolare, gli stranieri si trovano esposti ad una serie di situazioni che pongono seri problemi di compatibilità con il generale principio di parità di trattamento rispetto ai lavoratori italiani per quel che concerne la disciplina del rapporto di lavoro. Dall'attribuzione delle mansioni alla retribuzione, dall'inquadramento al trattamento pensionistico, tutta l'esperienza lavorativa degli stranieri risulta costellata - per legge o "semplicemente" per via di fatto - da trattamenti discriminatori. E ciò, vale la pena ricordarlo ancora una volta, nonostante gli incrementi occupazionali che si sono registrati negli ultimi anni. I lavoratori stranieri occupati sono difatti passati da 1,75 milioni (2008) a 2,3 milioni (2012); ciò significa che essi oggi rappresentano circa il 10% del totale degli occupati. Malgrado la crescita in valore assoluto dell'occupazione straniera, in controtendenza rispetto al calo dell'occupazione dei cittadini italiani, la crisi economica ha comunque colpito in misura relativamente più accentuata proprio la componente immigrata, come dimostrano i dati raccolti dal Ministero del lavoro nel Rapporto annuale 2013 "Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia".

In primo luogo, la disoccupazione ha inciso maggiormente sulla popolazione straniera (si è passati dai 162.000 stranieri in cerca di lavoro del 2008 ai 382.000 del 2012), con particolare incidenza sulla componente maschile, principalmente esposta al ridimensionamento della domanda nel settore industriale. In secondo luogo, è cresciuto il numero di lavoratori stranieri impiegati in mansioni non qualificate (dal 29% del 2008 al 34% del 2012); dal che si deduce una crescita della domanda circoscritta a mansioni sempre più "povere", e comunque concentrata su poche professioni. Ciò contribuisce indubbiamente ad incentivare la segregazione lavorativa degli immigrati, specie delle donne. Si pensi solo al caso dei care workers: nel 2012 le assistenti domiciliari e le collaboratrici domestiche rappresentavano più della metà delle lavoratrici straniere. Si tratta di un fenomeno, quello della segmentazione razziale del mercato del lavoro, tristemente noto, che comporta un impiego nei settori più bassi del mercato del lavoro e nelle occupazioni più faticose, insalubri e pericolose, e che determina un impatto più pesante dell'attività lavorativa sulla salute degli stranieri, come dimostrano i dati sugli infortuni sul lavoro (con particolare riferimento, su tutti, al settore dell'edilizia).

Gli effetti della crisi economica sui lavoratori stranieri sono altresì accentuati da un lato dalla diffusa prassi di adibirli a mansioni sottodimensionate rispetto al loro livello di istruzione e/o di qualificazione (fenomeno che nel 2012 riguardava ben il 10,7% dei lavoratori stranieri) o comunque non previste dal contratto, e dall'altro dal metodico sotto-inquadramento cui essi sono esposti, ossia dalla prassi, molto diffusa anch'essa, di inquadrare gli immigrati al livello minimo e di riconoscere loro una scarsa mobilità verticale, da cui deriva un aumento del divario delle retribuzioni medie rispetto a quelle dei lavoratori italiani (la retribuzione netta mensile per gli stranieri nel 2012 si attestava a 968 euro, contro i 1.304 euro dei lavoratori italiani). Anche sotto il profilo delle retribuzioni la crisi ha quindi penalizzato nettamente la componente straniera del mercato del lavoro; e, in prospettiva, una condizione caratterizzata da bassi salari e scarsa mobilità verticale è destinata a determinare trattamenti pensionistici potenzialmente insufficienti per far fronte alle esigenze quotidiane.

Il timore è che le trasformazioni descritte (il ridimensionamento del fabbisogno di manodopera, l'aumento esponenziale della disoccupazione, il progressivo impoverimento qualitativo della domanda, etc.) abbiano una natura oramai strutturale. Ma se anche così non fosse, e cioè se si trattasse solo di fenomeni congiunturali, gli effetti della crisi economica sul lavoro degli stranieri contribuirebbero comunque, al pari del complesso sistematico di discriminazioni razziali delle quali continuano ad essere vittime nel mondo del lavoro, ad ostacolare i processi di integrazione delle comunità straniere in Italia.

*. Destinato alla rivista AUT&AUT - Periodico delle autonomie della Toscana - sez. "Percorsi di cittadinanza".

**. Ricercatore di Diritto del lavoro nell'Università di Firenze.